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Biennale di Venezia: Cuba sedotta dalla classicità

27 maggio 2013

Sette artisti cubani a confronto con altrettanti maestri internazionali. Un dialogo che supera i limiti dello spazio e aggira quelli del tempo, nel corteggiamento costante esercitato dalla classicità nei confronti del contemporaneo. Un rapporto di seduzione quasi morboso, al punto che si sceglie di parlare apertamente di “perversione”: termine forte usato da José Fernandéz Torres e Giacomo Zaza, curatori del Padiglione cubano alla Biennale di Venezia.

Cuba occupa gli spazi del Museo Archeologico di Venezia, in piena piazza San Marco; la più stringente contemporaneità di appropria di una dimensione altra, in un cortocircuito visuale che genera suggestioni evocative. Il site specific di Gilberto Zorio, tra i più grandi esponenti dell’Arte Povera, si specchia nelle armoniche visioni celesti di Glenda Léon; mentre Làzaro Saavedra propone un’ironica macchina per testare il clima politico di un Paese.

Non manca una lucida e attenta analisi sul triangolo che pone ai vertici cultura, comunicazione e potere: nelle opere dei vari Rui Chafes e Pedro Costa, Tonel e María Magdalena Campos-Pons & Neil Leonard, Francesca Leone e Liudmila & Nelson, si registra una matura presa di coscienza del ruolo dell’artista come sublime cronista del proprio tempo. E in questo caso, allora, suona come drammatico e insieme profetico il C’est la vie  di H.H.Lim, con un cactus ingabbiato in un asfissiante reticolo di tubi.

Forte e intensa, come nel suo stile, la performance oggi ampiamente documentata in Laguna che Herman Nitsch ha condotto nel maggio del 2012 alla Biennale de L’Avana: una monumentale e cruenta Via Crucis quella inscenata dall’artista austriaco, che rielabora il mistero della Passione di Cristo quasi si trattasse di un rito apotropaico. Facendo leva su un senso della sacralità che va oltre il dogma, diventando ponte multiculturale tra epoche, tradizioni e sensibilità differenti.


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