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Alla scoperta delle carceri “libere”, in Brasile

30 ottobre 2016

Non ci sono guardie, ma neppure barriere: sono gli stessi detenuti – anzi, “recuperandi” – a possedere le chiavi dell’istituto, di cui gestiscono la vita comune mentre partecipano a corsi di formazione professionale. È la rivoluzionaria esperienza delle APAC brasiliane, le ormai 147 carceri – dal nome dell’associazione che le gestisce: Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati – che accolgono una popolazione di 3500 persone.
Partendo dal riconoscimento di aver commesso un errore e dalla decisione di migliorare, i recuperandi vengono inseriti in un sistema basato sull’autodisciplina, sulla fiducia e sul rispetto. Nelle APAC, con l’aiuto di psicologi, operatori sociali e formatori i detenuti studiano e lavorano, aiutandosi a vicenda.

Questa straordinaria esperienza comunitaria è ora al centro di una mostra fotografica, in corso fino al prossimo 27 novembre presso lo spazio Thetis dell’Arsenale Nord di Venezia. Parte integrante di Gangcity – progetto internazionale di ricerca organizzato da Università e Politecnico di Torino sul degrado sociale connesso al degrado degli spazi, nonché evento collaterale della 15. Biennale di Architettura – l’esposizione dei 18 scatti della fotografa bresciana Marina Lorusso racconta di questi particolari luoghi e delle persone che li animano.
A testimoniare che è possibile progettare un’altra “forma” per gli istituti di detenzione e la loro stessa missione sociale.


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