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Il trionfo di Rauschenberg alla Biennale del ’64, raccontato in un film

23 agosto 2017

Robert Rauschenberg with his tongue stamped _Wedding Souvenir, Claes Oldenburg_, 1966 _ Dennis Hopper

Correva l’anno 1964 quando Robert Rauschenberg rappresentò gli Stati Uniti, e conquistò il massimo riconoscimento rappresentato dal Leone d’Oro, alla Biennale d’Arte di Venezia. Per il pittore, artefice della consacrazione della Pop Art americana a livello internazionale, il successo riscosso nell’ambito della prestigiosa kermesse non fu però privo di polemiche. Presunte teorie complottiste, gossip e confronti animati accompagnarono infatti l’ottenimento del premio.
Tra le critiche mosse, quella legata all’esiguo numero di opere presentate da Rauschenberg nel padiglione statunitense: “soltanto” quattro, considerate da più parti poche per conquistare il Leone. La vicenda ha animato il dibattito artistico degli anni Sessanta, un decennio convulso anche sul fronte sociopolitico, nel corso del quale furono numerose le critiche mosse alla stessa Biennale di Venezia.

A distanza di più di 50 anni, il film Americans in Venice: Robert Rauschenberg Rewrites the Rules prova a ricostruire la vicenda. A firmarlo è il produttore e regista Amei Wallach che, attraverso interviste, filmati e immagini d’archivio, ha cercato di gettare nuova luce sulla vittoria di Rauschenberg. In distribuzione da marzo 2018, si avvale anche del contributi di figure di primo piano della scena artistica internazionale. Tra le personalità coinvolte, infatti, ci sono Christo, Mark Bradford – che quest’anno rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale – Shirin Neshat, Marina Abramović e la direttrice dell’edizione del 2017, Christine Macel.