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Le sei fotografie finaliste al World Press Photo 2018

25 febbraio 2018

Venezuela Crisis. Ronaldo Schemidt, Venezuela, Agence France-Presse

I World Press Photo Awards giungono quest’anno all’edizione numero 61, come sempre attesi da specialisti dell’informazione e semplici appassionati di fotografia e reportage. Difficile insomma ignorarli, sia per l’alto tasso di iconicità degli scatti premiati nelle varie categorie sia perché continua a essere il premio per eccellenza nel fotogiornalismo internazionale.
Tra tutti i riconoscimenti, certamente il titolo più prestigioso assegnato dalla World Press Photo Foundation è quello di World Press Photo of the Year, ovvero la fotografia che meglio ha raccontato una storia dell’anno appena trascorso – o la storia, in un certo senso, com’è accaduto per lo scatto di Nick Ut del 1973, che in piena Guerra del Vietnam mostrava dei bambini in fuga da un villaggio dopo che era stato colpito dal napalm.

Per usare le parole di Lars Boering, managing director della Fondazione, vediamo quali sono le “storie che contano” del 2017, raccontate dai 5 reporter nelle 6 fotografie tra cui il 12 aprile verrà annunciata la vincitrice, nella consueta cerimonia di premiazione ad Amsterdam.

Per conto dell’Unicef, l’australiano Patrick Brown di Panos Pictures ha documentato la crisi dei rifugiati Rohingya, un gruppo di fede musulmana che costituisce una minoranza nel Paese asiatico del Myanmar e viene pertanto perseguitato. Lo scatto di Brown mostra, sullo sfondo di un innocuo prato, la doppia diagonale dei corpi di alcune vittime di un naufragio avvenuto a pochi chilometri dalla spiaggia di Inani (Bangladesh): come nel caso dei migranti lungo le rotte del Mediterraneo, anche loro stavano cercando di fuggire alle persecuzioni via mare, quando l’imbarcazione si è capovolta. Nonostante le fattezze delle vittime siano pietosamente coperte da tessuti rossi o stampati – e plastica gialla, in un cromatismo che contrasta sia con il verde dell’erba sia con il vero soggetto della foto – bastano le silhouette e alcuni piedi nudi, per comprende immediatamente l’orrore indicibile (e neppure davvero mai mostrabile, suggerisce il fotografo) di fronte a cui lo spettatore si trova.

Ancora un australiano – Adam Ferguson – è l’autore di un’altra delle sei fotografie finaliste, che stavolta racconta un dramma in qualche modo sventato. Per il New York Times, Ferguson ha infatti ritratto Aisha, una 14enne rapita dai terroristi nigeriani di Boko Haram perché compisse un attentato kamikaze. La giovanissima ragazza è riuscita invece a scappare e cercare aiuto: la sua determinazione e anche il peso delle sue stesse scelte, in una situazione inimmaginabile per un adolescente occidentale, sono pienamente espressi dal modo in cui la figura si staglia contro lo sfondo (che mostra simbolicamente uno spiraglio di luce), coperta dal velo eppure ritta e autorevole.

L’inglese Toby Melville ha ripreso per Reuters un momento di concitazione e allo stesso tempo speranza, proprio nella capitale della sua patria: la sua fotografia cattura il momento in cui una passante si china a soccorrere una donna ferita, la testa sanguinante e la mano che si aggrappa al braccio dell’inaspettato sostegno, poco dopo che Khalid Masood aveva sferrato il suo attacco terroristico sul Westminster Bridge, a Londra.

L’irlandese Ivor Prickett si è guadagnato ben due candidature con altrettanti scatti, realizzati sempre per il New York Times stavolta a Mosul, in Iraq. Nonostante entrambe le fotografie siano state riprese durante l’omonima Battaglia, che ha visto l’esercito iracheno, i curdi e i militari statunitensi lanciare una grande offensiva al dominio dell’ISIS, le immagini si contraddistinguono per un senso di tensione latente; un’attesa vigile per un destino che, anche a città riconquistata, continuerà a essere incerto per le donne – e la bambina – in fila per ricevere gli aiuti umanitari (nella prima foto), come per il bambino nudo e innaturalmente fermo, privo di sensi com’è, portato a spalla dal soldato iracheno che l’ha messo in salvo.

Il venezuelano Ronaldo Schemidt, infine, per Agence France-Presse ha firmato l’immagine di maggiore impatto tra quelle candidate a diventare World Press Photo of the Year. La fotografia è attraversata dal 28enne José Víctor Salazar Balza, con un movimento da sinistra a destra che rende perfettamente la sensazione di star assistendo a un’intera scena, più che a un singolo istante. Ritratto durante gli scontri violenti a Caracas, tra oppositori del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro e le forze di polizia, il giovane sta scappando dal fuoco, ma si trascina dietro una scia di fiamme che hanno attaccato i suoi vestiti e gli lambiscono la testa. Una meteora umana riempe il primo piano: una letterale folgorazione, così rapida nel suo accadere che Schemidt ha dichiarato di aver iniziato a scattare la scena ben prima di rendersi pienamente conto di cosa stesse fotografando.


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