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Il ritorno di Banksy a New York è nel segno di Zehra Dogan

23 marzo 2018

Tagliente, incisivo, dritto al punto: ancora una volta, Banksy colpisce l’immaginario collettivo, catapultando sulla scena globale le grandi storie del nostro tempo. Solo pochi giorni fa, a Manhattan, all’angolo tra Houston Street e Bowery, è apparso un intervento inedito, su vasta scala, che ha acceso i riflettori sulla vicenda di Zehra Doğan.
Condannata nel marzo 2017 a poco meno di tre anni di detenzione per una sua opera pittorica, etichettata come oltraggiosa della bandiera nazionale, l’artista e giornalista turca, di origine curda, è stata raffigurata dall’artista britannico dietro alle sbarre.

Il grande muro sul quale è intervenuto Bansky, fissando sulla superficie bianca una sequenza di linee nere – 4 verticali, una obliqua sovrapposta – non è un luogo qualsiasi. Lungo 20 metri e alto 5, noto con l’appellativo di Bowery Wall, venne impiegato nel 1982 anche da Keith Haring.
Precisando le ragioni che l’hanno spinto a realizzare questo nuovo intervento, esplicitamente rivolto al presidente in carica della Turchia e alla sua linea politica, è stato lo stesso artista. In un’intervista concessa al New York Times ha preso le difese di Zehra Doğan, ribadendo la necessità per gli artisti di essere liberi e di mantenere uno sguardo vigile rispetto agli scenari del nostro tempo: “Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori. Nemmeno i soldati nazisti accusarono Picasso a causa dei suoi dipinti: io invece sono a giudizio per le mie opere. Mi dispiace molto per lei. Ho disegnato cose che avrebbero meritato molto di più una condanna”.


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