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Il neozelandese Luke Willis Thompson vincitore del Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2018

20 maggio 2018

L’edizione 2018 del Deutsche Börse Photography Foundation Prize non è stato vinto da uno scatto, né da una serie di immagini statiche. Ad aggiudicarsi l’ambito riconoscimento – e il relativo premio di oltre 30mila euro – è stato infatti Autoportrait, una video installazione realizzata dall’artista neozelandese Luke Willis Thompson.

Non si deve con questo pensare che l’intervento di Thompson non abbia nulla a che fare con la fotografia, anzi: l’opera prende avvio dalla riflessione sulla produzione e diffusione incontrollata delle immagini nella nostra epoca, senza contare che la qualità della ripresa – due sequenze pressoché statiche, ciascuna di 4 minuti – avvicina Autoportrait molto più alla ritrattistica fotografica che alle tecniche cinematografiche.
Priva di narrazione e anche di scenografia e ambientazioni di sorta, l’installazione si focalizza – nel silenzio più assoluto di una stanza non illuminata – sulla figura di Diamond Reynolds, una giovane donna statunitense ripresa da Thompson nel 2017. Ritratta in bianco e nero mentre parla tra sé e sé – senza che lo spettatore possa sentire cosa dice – e del tutto indifferente all’obiettivo, la protagonista del video ha modo di “riprendersi” la propria immagine, sia dal grande trauma per cui è salita agli onori della cronaca sia dalle conseguenze dell’improvvisa notorietà.

Facendo un passo indietro, scopriamo così che Diamond Reynolds è stata a sua volta autrice di un video, trasmesso in live streaming ai suoi contatti su internet, che ha girato subito dopo che il suo compagno, Philando Castile, era stato ucciso da un poliziotto nel corso di un controllo a un ordinario posto di blocco stradale. Il tutto, di fronte a lei e alla sua bambina di appena 4 anni, seduta nel retro dell’auto.
Philando Castile non aveva fatto nulla di male, salvo dichiarare di essere in possesso di una pistola (per la quale aveva regolare permesso): il poliziotto che l’ha fermato ha aperto il fuoco dopo poche battute, probabilmente convinto che la vittima stesse per estrarre l’arma (che invece verrà trovata ancora nei pantaloni dell’uomo, precisamente dove lui stesso aveva detto si trovava). La Reynolds ha deciso allora di trasmettere live quanto sarebbe accaduto da lì in poi perché, dal momento che sapeva che le persone non possono proteggersi dagli abusi della polizia, voleva “essere sicura che se fossi morta anch’io di fronte a mia figlia, la gente avrebbe saputo la verità“.

Visto da oltre sei milioni di persone, il video non è soltanto una testimonianza delle ingiustizie – fatali – subite dai cittadini afroamericani da parte di agenti sospettosi e mossi da pregiudizi razziali: illustra perfettamente come un momento così personale, quello della tragica e drammatica scomparsa del proprio compagno di vita, possa diventare oggi di proprietà collettiva. Condiviso, innanzitutto in senso letterale, e quindi separato dal proprio contesto e dallo stesso vissuto di chi l’ha creato, che non può più esercitare alcun controllo su di esso.

Proprio per questo, Thompson ha contattato Diamond Reynolds per il suo progetto artistico. Proponendole di creare una sorta di “immagine sorella”, complementare alle riprese girate dalla donna in seguito all’uccisione di Philando.
La protagonista del video non soltanto ha accettato di collaborare ad Autoportrait, ma ha avuto potere decisionale su ogni aspetto del film: ha scelto come vestirsi, da quale inquadratura e con quale illuminazione essere ripresa. Lo spazio in cui la video installazione viene proiettata funge così da nuovo ambiente in cui avviene l’incontro – mediato dall’immagine filmica – tra l’intimità di Diamond Reynolds e “il mondo”.
Al contrario che nella volta precedente, stavolta è la donna ad appropriarsi di questo spazio, riaffermando la propria personalità – in opposizione al tipico ritratto che viene dipinto della vittima in quanto tale, trasformando ogni storia individuale in uno stereotipo – e la realtà della propria esistenza, che non può più essere trasfigurata in un “caso” che rimbalza tra social network, siti di informazione, giornali e canali televisivi.

A sottolineare una volta di più la realtà della persona ritratta, l’inalienabilità della sua immagine rispetto al vissuto di cui si fa portatrice, Thompson ha stabilito condizioni ferree per la presentazione e diffusione della sua opera. Che difatti è un unicum, esistente in un’unica copia analogica priva di versioni digitali, di cui non è possibile riprodurre elementi senza consenso e, soprattutto, che è proiettabile soltanto all’interno dell’allestimento concepito appositamente.
Quello spazio in cui il soggetto può finalmente affermarsi e “dettare le regole” nel rapporto con il pubblico senza divenirne vittima, una volta di troppo.