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Il giardino zen di Spencer Finch nel Padiglione di Mies van der Rohe

6 ottobre 2018

Spencer Finch, Fifteen Stones. Padiglione di Barcellona, Barcellona. Fino al 21 ottobre 2018. Foto Anna Mas

Con l’installazione Fifteen stones (Ryōan-ji) l’artista statunitense Spencer Finch prova a “ridurre le distanze” tra un’architettura simbolo del Movimento Moderno e il celeberrimo giardino secco del tempio giapponese di Ryōan-ji, a Kyoto. Classe 1962, l’autore è stato scelto dalla Fundació Mies van der Rohe per un nuovo intervento site-specific promosso nell’ambito del programma artistico destinato al Padiglione di Barcellona, l’edificio progettato dall’architetto tedesco Mies van der Rohe per l’Esposizione Universale che la città catalana accolse nel 1929, ricostruito nel 1986.

Sono due dei miei luoghi preferiti nel mondo. Nonostante le loro molte differenze, per me sono incredibilmente simili, per le modalità con cui generano il pensiero”, ha dichiarato Finch, commentando l’opera. L’artista ha scelto di disporre sullo specchio d’acqua dell’edificio-manifesto di Mies van der Rohe quindici pietre, rispettando le modalità con le quali risultano posizionate sulla superficie di ghiaia bianca del giardino, all’interno del tempio. Qualunque sia la posizione assunta dall’osservatore, la composizione giapponese non consente di vedere contemporaneamente tutte le pietre disposte sopra ai ciottoli. Analogamente ha agito Finch, impiegando come “base” sulla quale collocare le sue Fifteen stones la superficie, mobile e riflettente, dell’acqua.

L’intervento, oltre a incoraggiare i visitatori alla meditazione e distensione, enfatizza la preziosità di alcuni dei materiali che contraddistinguono l’opera di Mies van der Rohe, incentivando una “connessione poetica” tra le pietre dell’installazione e le lucide lastre di travertino, entrambe di origine naturale. L’installazione, che resterà visibile fino al 21 ottobre prossimo, segue le opere temporanee che negli anni sono state realizzate da SANAA, Jeff Wall, Ai Weiwei, Enric Miralles, Andrés Jaque, Antoni Muntadas, Domènech e Anna & Eugeni Bach. Quest’ultima coppia, in particolare, lo scorso anno propose il discusso intervento Mies Missing Materiality, “annullando” le differenze tra i rivestimenti in marmo, in travertino e in onice dorato attraverso la stesura di una pellicola di colore bianco sulle superfici interne del padiglione.

[Immagine in apertura: photo Anna Mas]