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San Francisco celebra Ed Hardy, leggenda del tatuaggio

7 settembre 2019

Quella dei tatuaggi è una pratica millenaria, in un certo senso ancora tutta da definire. Da marchio d’infamia a simbolo di devozione, da fenomeno di sottocultura a trend contemporaneo, il tatuaggio è stato, a partire dal 4.000 a.C., una costante che ha toccato ogni angolo del globo, assumendo, a seconda di tempi e luoghi, valori differenti. La nuova mostra in corso al de Young Museum di San Francisco punta i riflettori su quest’arte, mettendo in scena le opere di uno dei maestri del tattoo contemporaneo: Ed Hardy, vera e propria leggenda vivente per gli amanti dell’inchiostro sotto pelle.

Nato in California nel 1945, è lui il protagonista di Ed Hardy: Deeper than Skin, la prima retrospettiva museale interamente dedicata al tatuatore americano. Curata da Karin Breuer e visitabile fino al 6 ottobre, la mostra raccoglie quasi mezzo secolo di attività di questo veterano del tatuaggio mondiale, a partire dai primi bozzetti sotto la “supervisione” di Norman Keith Collins – lo storico tatuatore d’inizio Novecento noto come “Sailor Jerry” ‒, agli studi compiuti in Giappone nel 1973, al fianco dell’eccezionale Horihide.

Una carriera lunga, esplorata attraverso un percorso espositivo diviso in sezioni e che prende il via addirittura dalla fanciullezza, mettendo in scena i primi disegni su carta dell’artista bambino. Seguono le opere giovanili, buona parte delle quali realizzata negli studi del San Francisco Art Institute, prendendo ispirazione dalle incisioni di Albrecht Dürer, Rembrandt van Rijn e Francisco Goya: molte di queste opere, create da Hardy ancora studente, sono qui presentate affiancate alle stampe originali di questi maestri, creando un interessante rimando tra epoche e stili.

A concludere la mostra, i risultati più noti della carriera di Ed Hardy, a partire dal 1974, anno del debutto del suo Realistic Tattoo di San Francisco, il primo studio nella storia degli Stati Uniti in cui la pratica del tatuaggio incontrò le richieste dei clienti, segnando la definitiva consacrazione mainstream di questa tecnica. Grandi stampe a fantasia giapponese, sketch e maioliche decorate completano l’allestimento, definendo una ricerca che parte dalla pelle per arrivare all’installazione e alla decorazione tridimensionale. Un percorso creativo che si interrompe nel 2008, anno in cui Ed Hardy appende la macchinetta al chiodo, per dedicarsi a tempo pieno alla pittura.

[immagine in apertura: Don Ed Hardy, 2000 Dragons, (detail), 2000, acrylic on tyvek, 1.3 x 152.4 m. Collection of the artist © Don Ed Hardy. Image courtesy of the Fine Arts Museums of San Francisco]


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