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Epica mediterranea. Tra cinema e teatro

4 novembre 2014

Un triangolo dall’alto tasso di seduzione, inscritto nella circonferenza di una Napoli mai così struggente, mai così meravigliosa. Da un lato il monologo teatrale, grado zero di una narrazione che sa essere totalizzante, magnetica; dall’altro il cinema, trattato come medium di scarna e immediata efficacia, senza fronzoli e superfetazioni. Infine la performance: perché di ciò si parla, implicitamente, quando sul palco irrompe la fisicità di chi recita, prima ancora che con la voce, con il proprio corpo.

Sky Arte HD ospita un esperimento dalla forza esplosiva. Non la semplice riduzione per il piccolo schermo di un’opera teatrale, ma la nascita di un progetto ibrido e trasversale: tutto questo è ‘A Sciaveca di Paolo Boriani. Un film, certo: ma non un film; un documentario e sicuramente non un documentario, un reportage e decisamente non un reportage. Un’opera d’arte? Ecco, sì: una delicata e insieme sferzante opera d’arte. Al tempo stesso antica e modernissima.

La raffinatezza di immagini in bianco e nero, minimali, inquadrano la performance scenica che il drammaturgo campano Mimmo Borrelli porta nella cornice di un lido sedotto e abbandonato dall’assenza di turisti e bagnanti; un non-luogo dove si anima la vicenda – insieme omerica e shakespeariana – di due fratelli pescatori, uniti nel bene e nel male dal segreto di un indicibile misfatto. E dal progressivo affiorare della verità.

Nel dialetto di Bacoli, il borgo campano da cui viene Borrelli, la sciaveca è la rete a strascico usata per setacciare il fondo misterioso del mare. Nelle sue maglie, in questo caso, restano intrappolate storie che tratteggiano un inquieto passato; voci e suggestioni senza tempo, per un immortale danza di personaggi che parlano la koiné dell’epica classica, trovandosi sballottati come tutti – come sempre – dalle ineluttabili onde del destino.

La curiosità – Bacoli, la città campana che ispira ‘A sciaveca , fu sede in antichità della flotta dei pretoriani fedeli agli imperatori romani. È qui che, secondo la tradizione, Nerone fece seppellire la madre Agrippina dopo averne ordinata la morte: proprio nel sito dell’antica città magnogreca di Cuma.


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