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Ragusa e Ibla

12 giugno 2019

Il documentario Ragusa e Ibla, fiori dalle macerie, in onda giovedì 13 giugno, è un viaggio alla ricerca dell’essenza di questo angolo di Sicilia attraverso l’arte, il paesaggio e la storia della sua gente.
Partendo dalle immagini suggestive dei monti su cui Ragusa sorge, sorvoleremo la città scoprendone la particolare divisione in due centri. Questa conformazione nacque all’indomani del terribile terremoto del 1693, quando i ragusani si divisero: la nuova borghesia a Ragusa superiore, il clero e la vecchia nobiltà a Ragusa Ibla. Nonostante tale spaccatura, lo stile architettonico e artistico che animò la ricostruzione fu lo stesso per entrambi i centri e passò alla storia come Tardo Barocco siciliano.

Attraverso interviste a storici, architetti fotografi e scrittori – fra cui Clorinda Arezzo, Matteo Collura, Giuseppe Leone e Salvatore Silvano Nigro ‒, scopriremo Ragusa e Ibla ed entreremo nelle pieghe più profonde del Barocco siciliano, che nel capoluogo ibleo conta più di diciotto monumenti dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco.
La capacità di rialzarsi dopo il sisma e la grande energia creativa dei ragusani hanno prodotto uno stile architettonico autentico e originale, che il grande critico d’arte Carlo Giulio Argan ha definito la “testimonianza di uno sforzo “moderno”: il più grandioso e il più audace, forse, che l’isola abbia mai prodotto”.

Nella prima parte del documentario, riflettori puntati sull’architettura religiosa, analizzando le due chiese principali: il Duomo di San Giorgio a Ibla e la Cattedrale di San Giovanni a Ragusa. Prendendo spunto dalle ricche decorazioni delle facciate parleremo delle sapienti mani delle maestranze artigiane dell’isola: carpentieri, stuccatori, decoratori, intagliatori.
Poi, abbandonando il centro di Ragusa, ci inoltreremo nel paesaggio circostante alla ricerca delle cave da cui la pietra è estratta. Un viaggio che ci consentirà di scoprire come il Tardo Barocco ragusano è figlio della cultura degli architetti, della sapienza degli scalpellini e delle sue pietre: il calcare bianco e la pietra pece.

Le famiglie aristocratiche non si limitarono a ricostruire nei centri abitati ma si dotarono di splendide dimore di campagna, fra le quali spicca il Castello di Donnafugata, che assunse il suo aspetto attuale nella seconda metà dell’Ottocento. Dal Castello allargheremo il campo a monumenti naturali come i carrubbi, gli alberi secolari, o popolari come i muretti a secco che caratterizzano l’idilliaca campagna ragusana assecondandone la vocazione agricola millenaria. Millenario è anche il rapporto della città con il mare, elemento chiave per capire questo territorio così mosso e vario. Un paesaggio ricco e umile, marino e campagnolo, pieno di luce e d’ombra, diventa così fondamentale per osservare l’architettura barocca nata in questa zona dopo il terremoto del 1693.

Tutti questi secoli di storia, arte e natura di cui Ragusa è il risultato hanno avuto dei cantori d’eccezione. Infatti, la zona iblea fu una delle provincie più amate dai grandi intellettuali siciliani come Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino e Leonardo Sciascia, che realizzò qui un reportage straordinario dal titolo Invenzione di una prefettura, in cui raccontava la scoperta nella Prefettura di Ragusa delle opere del grande pittore futurista Duilio Cambellotti. Il reportage era accompagnato dalle fotografie di Giuseppe Leone, che ancora oggi continua la sua attività ed è uno dei maggiori fotografi siciliani viventi. Incontreremo il grande fotografo ragusano nel suo studio per vedere i suoi scatti più belli e farci raccontare dalla sua voce i segreti di Ragusa.

Il documentario si chiuderà cercando di raccontare cosa rimane vivo della lezione del Tardo Barocco siciliano, e cioè quella particolare energia vitale che nasce dalle tragedie e unisce gli opposti: Ragusa e Ibla, luce e ombra, sfarzo e leggerezza.


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