Nella Wunderkammer di mr. Hirst

12 novembre 2012


Un artista non nasce dal nulla. Si forma sperimentando, provando; ma soprattutto osservando. Conoscendo e imparando. Dietro al mistero di uno dei nomi più importanti del contemporaneo, dunque, non può non celarsi un patrimonio visivo unico, un gusto tanto eclettico tanto coerente. Dietro al successo di Damien Hirst ci sono maestri e modelli inattesi, ma anche la fascinazione nei confronti di “colleghi” apparentemente distanti dal suo fare arte.

Hirst si mette a nudo, aprendo le porte della sua collezione privata alla Pinacoteca Agnelli: Freedom Not Genius è il titolo della mostra che indaga, a Torino, le sue passioni; testimonia la sua famelica attività di collezionista d’arte, capace di spaziare dall’antiquariato più bizzarro ai grandi nomi del XX secolo (non necessariamente o in via esclusiva vicina alla Pop Art), fino ad arrivare agli artisti più noti della sua generazione.

 

Capisaldi irrinunciabili come Picasso o Bacon, ma anche un atteso Andy Warhol; il gotha dell’arte inglese degli ultimi vent’anni, da Tracey Emin e Jeff Koons fino a Banksy, insieme a maestri che non ti aspetti: come Alberto Giacometti. I gusti di mr. Hirst spaziano senza soluzione di continuità dalla pittura al ready-made, dalla fotografia alla scultura: un percorso eterogeneo, ispirato però da unico ricorrente filo conduttore.

È la morte a pervadere una collezione sinistramente battezzata “Murderme” (murder, in inglese, è l’omicidio). Stupefacente la sala dedicata all’immagine del teschio, con pezzi di arte antiquaria a dialogo con opere dello stesso Hirst; grottesco l’interesse nei confronti degli animali, con la creazione di autentiche Wunderkammer: stanze delle meraviglie e dell’impossibile, ispirate alla tradizione settecentesca di un collezionismo dell’assurdo.


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