L’arte al cinema? È un falso!

5 marzo 2013


Colin Firth nei panni che furono di Michael Caine, una disinvolta Cameron Diaz in quelli un tempo indossati dalla travolgente Shirley MacLaine; a mediare il passaggio l’estro cinico e ironico dei fratelli Joel ed Ethan Coen, maestri dell’assurdo ed autentici eroi della commedia nera americana. Promette di essere il remake dell’anno Gambit, in queste settimane anche nelle sale italiane: dove va in scena una delle più clamorose e comiche truffe della storia dell’arte.

È uno tra i cattivi più amati di Hollywood Alan Rickman: ha provato a mettere i bastoni tra le ruote di Bruce Willis nel primo episodio della saga di “Die Hard”, poi ha indossato la calzamaglia dello Sceriffo di Nottingham nel “Robin Hood” interpretato da Kevin Costner, fino ad essere il rude – ma buono – Severus Piton nell’epopea di Harry Potter. L’attore è, in Gambit, il tremendo Lionel Shahbandar, odioso ma ricchissimo collezionista d’arte. Un pollo da spennare.

Così almeno lo vede Harry Deane, timido curatore d’aste che si improvvisa lestofante: a dargli manforte è la disinibita texana PJ, con cui Deane architetta la truffa del secolo. Ecco un Monet falso, da piazzare al collezionista ad una cifra da capogiro. La vicenda vive sull’altalena di emozioni della più classica commedia degli equivoci, in un susseguirsi di gag e colpi di scena, sostenuta dal consueto altissimo ritmo garantito dalla penna dei Coen.

Un filone, quello del falso d’autore, che da tempo affascina il mondo del cinema. Recentissimo è l’italiano “Senza arte né parte”, con Vincenzo Salemme e Giuseppe Battiston inediti e impacciati truffatori diretti da Giovanni Albanese; un tema che con “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore assume lati inquieti e tormentati. Pietra miliare del genere è il docu-fiction “F come falso”: con Orson Welles a raccontare come si “tarocca” un Picasso.