Il chilometro zero dell’arte

24 aprile 2013


C’è la fiera d’arte intesa nel suo senso tradizionale, con gli organizzatori a contendersi le gallerie più prestigiose; il mercato che si basa sul consolidato rapporto tra chi, per mestiere, vende arte e chi, per passione, la compra. E poi c’è l’altra fiera. Quella che rinuncia al ruolo di intermediario del gallerista e mette a tu per tu, direttamente e senza filtri, l’artista con il collezionista. Anche il mercato dell’arte, dunque, conosce la filiera corta. A Londra torna The Other Art Fair.

Inaugura giovedì 25 e chiude i battenti lunedì 29 aprile il primo appuntamento annuale – si replica nel mese di ottobre – con la fiera, accolta negli oltre quattromila metri quadrati dell’Ambika P3, spazio espositivo legato all’Università di Westminster, a un passo da Regent’s Park e dal museo delle cere di Madame Tussauds. Poco meno di cento gli artisti emergenti che espongono i propri lavori nella speranza dell’incontro che può cambiare la loro vita.

Non mancano, naturalmente, gli italiani. Si passa dalle caleidoscopiche sculture in carta del napoletano Alberto Fusco ai fotomontaggi futuristici della romana Barbara Nati, per arrivare alla poetica dell’objet trouvé di Margherita Isola. Linguaggi differenti a confronto, in un contesto che si frappone al consueto mercato dell’arte: proponendo nuove strategie di comunicazione. Che sembrano attecchire con successo.

Erano poco più di quattromila i visitatori della prima edizione della fiera, andata in scena nel novembre del 2011; arrivano a settemila l’anno successivo, solo nell’appuntamento primaverile di una kermesse che decide subito di raddoppiare. E che vive oggi di diversi fuoriprogramma. Come la partnership con Mo Coppoletta, tatuatore italiano con stimatissimo studio a Londra: nasce una “collezione” di tatuaggi ispirati ai temi di The Other, disponibile direttamente negli spazi della fiera. Per un souvenir indelebile.


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