Alla Triennale le città abbandonate di Velasco Vitali

17 luglio 2013


Tutto parte da Consonno, nella Brianza lecchese. Il paese dei sogni secondo l’imprenditore che, nell’Italia del boom economico, sognava di trasformare il piccolo borgo medievale in una Disneyland nostrana. Il paese dell’incubo oggi che giace completamente abbandonato; sterilizzato dall’aggressione di vandali e ravers . Una parabola di delirio e degrado che diventa, grazie allo sguardo dell’artista, scintilla per un nuovo percorso creativo.

La storia di Consonno diventa per Velasco Vitali stimolo di ricerca. E parte il viaggio, potenzialmente infinito, a caccia di città sedotte e abbandonate dall’uomo; luoghi che hanno vissuto e palpitato, emozionato e intrigato. Prima di finire soffocati e diventare impliciti e inconsapevoli monumenti al fallimento, archeologie di un passato recentissimo. Sul quale il tempo non ha ancora saputo calare la sua patina di fascino e mistero.

Sono quattrocentosedici i punti che Vitali ha segnato, ad oggi, sulla propria mappa ideale. Trenta le tele di grande formato portate – fino al prossimo 1 settembre – alla Triennale di Milano, in compagnia di un centinaio di disegni, veloci appunti visivi su cui tornare a lavorare, pensare, indagare. Colori pastosi, pennellate crude e crudeli: un incedere dal ritmo espressionista che tradisce empatia, l’afflato dell’artista che prende il sopravvento sulla freddezza del cronista.

All’orizzonte si staglia San Zhi, città abortita, costruita a tavolino dal governo cinese negli Anni Settanta ma mai abitata; poco distante, in una onirica forzatura geografica, ecco Kolmanskop, miraggio minerario di un Sudafrica in cerca di diamanti e facili effimere ricchezze. E poi ancora Skrunda, avamposto sovietico in Lettonia svanito con il definitivo congelamento della Guerra Fredda: una collezione di cartoline dai piccoli grandi teatri dell’oblio.