Pollock e gli irascibili a Milano

25 settembre 2013


New York, maggio 1950. Il Metropolitan Museum annuncia una grande mostra dedicata ai più promettenti artisti americani del momento: chiudendo le porte in faccia a Jackson Pollock e Willem de Kooning, Mark Rothko e Barnett Newman. Scartati, rifiutati, considerati indegni di una tale occasione di visibilità. Furente la loro reazione, significata in una lettera dai toni incendiari. Ripresa dall’Herald Tribune , che contribuisce così a creare il mito dei cosiddetti “irascibili”.

A oltre sessant’anni da quello scontro è Milano a diventare piazza per un ideale risarcimento morale, riconoscimento al genio assoluto di nomi che hanno trasformato l’arte contemporanea. Arriva dalla collezione del Whitney Museum la cinquantina di opere che fino al prossimo febbraio testimonia la stagione dell’espressionismo astratto, indagando grazie ai suoi protagonisti il momento in cui gli Stati Uniti irrompono con prepotenza sulla ribalta internazionale.

Opere di capitale importanza quelle selezionate da Carter Foster e Luca Beatrice, che scelgono per ognuno degli artisti in mostra autentiche pietre miliari, lavori che sanno restituire in modo preciso il senso delle diverse sensibilità. A partire dallo straordinario Number 27  , pezzo con cui Jackson Pollock arriva nel 1950 alla definitiva maturazione della tecnica del dripping  . Caricando lo stesso gesto del dipingere di una nuova e fondamentale connotazione concettuale.

Le ampie campiture di Clyfford Still e le sferzanti pennellate di de Kooning si accompagnano alla vivida tavolozza di Adolph Gottlieb; mentre i segni inquieti di Franz Kline dialogano a distanza con i disarmonici equilibri cromatici di Rothko. Quell’antica necessità di ribellione, espressa a parole con la famosa lettera del Metropolita, prorompe in modo irresistibile sulla tela: immagine più efficace di un’America innamorata di James Dean, Jack Kerouac ed Elvis Presley. Anche loro, a proprio modo, splendidi irascibili.