L’Europa dei non-luoghi. Nelle foto di Jean-Marc Caracci

11 agosto 2014


Ha origini siciliane, è nato in Tunisia ma ha passaporto francese. Il nomadismo è condizione naturale per Jean-Marc Caracci, fotografo con la valigia sempre pronta, autore di un progetto che è diario di bordo utilissimo per inquadrare e mettere a nudo l’Europa di oggi. Svelando con la delicatezza di scatti eleganti il senso di una solitudine impressionante, enigmatica. Quella di chi vive – o subisce – il peso di cambiamenti tanto radicali quanto imprevedibili.

Sono lontani anni luce dalla logica del reportage giornalistico gli scatti che Caracci espone fino a fine agosto nel museo di Kielce, prima di trasferirli in un’altra sede espositiva polacca – questa volta a Lodz. Traggono ispirazione dagli equilibri in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, dal senso della scenografia urbana di Edward Hopper, dalle dinamiche geometriche delle quinte architettoniche metafisiche: chiedendo all’arte la grammatica per un viaggio introspettivo nell’anima di un continente.

Figure solitarie, spesso in cammino verso mete ignote. Scenari spogli, desolati, vuoti: contesti urbani che annullano ogni riferimento alla monumentalità della Storia. Accomunando l’una all’altra le trentuno capitali europee passate in rassegna, confondendo nel cemento Bratislava e Dublino, Helsinki e persino Atene o Roma. Località fortemente caratterizzate nell’immaginario collettivo, ora denudate, quasi scarnificate in un appiattimento visuale che non concede sconti.

È in viaggio dal 2008 il progetto fotografico di Caracci, già mostrato al pubblico di diciassette diverse città. E  non accenna a fermarsi. Facendosi testimone della costruzione di un paesaggio globale, estraneo allo stereotipo dei diversi localismi; scenario che vede l’uomo stupido spettatore di un futuro ormai alle porte. Inconsapevole e attonito artefice di una modernità tanto affascinante quanto spaventosa.


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