La cosmogonia secondo Camille Henrot. Al Gucci Museum

3 ottobre 2014


Un lungo periodo di ricerca passato tra i volumi dello Smithsonian di Washington, tempio assoluto della cultura. Scavando con curiosità inesauribile, leggendo e facendo proprie teorie scientifiche e racconti di mitologie vicine e lontane; cucendo un patchwork di parole e suggestioni che restituiscono l’interpretazione originalissima della domanda di tutte le domande. Qual è l’origine della vita? E ancora, per estensione: che senso ha la vita stessa?

La risposta sta nella Grosse Fatigue  di Camille Henrot, opera video che nel 2013 vale all’artista francese il Leone d’argento della Biennale di Venezia; un viaggio straniante in una stratificazione di riferimenti colti e popolari, assemblaggio di tradizioni tra loro differenti ma al tempo stesso animate da analoghi presupposti. L’est incontra l’ovest, il passato si specchia nel futuro: ora in mostra al Gucci Museum di Firenze.

Un poema epico totale e definitivo, summa  di saperi millenari che trova sfogo nelle parole dello scrittore e poeta Jacob Bromberg, musicate e interpretate dal cantante Akwetey Orraca-Tetteh: moderno aedo trasformato da Henrot in Omero contemporaneo, narratore magnetico e ammaliante. Guida all’interno di un universo visuale onirico, carico si fortissime suggestioni.

Ad accompagnare il video, pezzo forte della mostra curata dal direttore di Palazzo Grassi e Punta della Dogana Martin Bethenod, anche due sculture che danno la misura della natura poliedrica del lavoro dell’artista francese. Da un lato prorompe, con la forza della sua aggressiva fisicità, Tevau  , duplice spirale realizzata con materiali industriali di recupero; dall’altro risponde con la sua elegante poesia l’ironica composizione di È possibile essere rivoluzionari e amare i fiori?