La magia dell’arte aborigena. In Svizzera

28 ottobre 2014


La grande abbuffata apparecchiata da Massimiliano Gioni nel suo Padiglione Enciclopedico , con l’edizione 2013 della Biennale di Venezia trasformata in equivalente artistico dell’Arca di Noé, ha avuto il merito innegabile – ed epocale – di allargare l’orizzonte. Aprendo in modo libero da preconcetti a culture altre, estranee alle dinamiche dell’artworld occidentale, evitando di ricondurre il tutto al retaggio posto-colonialista di un preteso gusto del bizzarro, dell’esotico, persino del kitch.

Non arte primitivista, ma arte nel senso più pieno e compiuto del termine, dunque, quella che arriva da contesti culturali lontani dagli occhi e dunque spesso dal cuore; ma non per questo marginali. Come ci conferma la mostra che fino al 6 gennaio porta al Museo delle Culture di Lugano un centinaio tra dipinti, sculture e stampe che documentano le ultime evoluzioni della scena aborigena, energica espressione delle comunità di nativi australiani.

Labirintici pattern lisergici forzano la nostra concezione dell’astratto, uscendo dalle geometrie del sensibile per scendere nel campo del sovrasensibile: tracciando ancestrali figure misteriche, danze visuali che rimandano ad antiche mitologie. I colori della terra e del fuoco, delle rocce di un entroterra ispido e selvatico dominano incontrastate un panorama di eccezionale potenza.

Esplodono di una vitalità travolgente le opere di Roy Underwood, forse l’artista aborigeno più noto anche fuori dai confini australiani; e sembra facciano da pendant ai delicati minimalismi di Thomas Rover, o ai magmatici flussi di colore di Jorna Newberry e alle composizioni rarefatte di Queenie McKenzie. Testimoni preziosi di un altro modo di sondare la vertigine dell’assoluto, complementare a quello prodotto dalla nostra cultura. E dunque irrimediabilmente indispensabile.