Teatro: a Milano una Medea camorrista

4 novembre 2014


Ha una innata predisposizione per il tragico, Napoli. Indole che porta a vivere la città – nel bene e nel male – con accenti esasperati: in una bellezza, generosità e vitalità che risulta inebriante fino al punto di stordire; di contro nella tensione di una socialità gravata dalla strisciante malattia della criminalità organizzata. Napoli è in tutto e per tutto teatrale: lo è per discendenza diretta, per quel DNA che parla il greco antico; lo è per una conurbazione che disegna vere e proprie quinte architettoniche. È quindi la Napoli più vera, più dura, ad andare in scena al Piccolo Teatro Studio.

Arriva a Milano, in cartellone dal 5 al 9 novembre, la Malacrescita  di Mimmo Borrelli, straordinario talento emergente del teatro italiano. Che compie un’operazione tanto difficile quanto di fatto naturalissima: quella di raccontare uno degli aspetti più brutali di Napoli – e in fin dei conti dell’Italia tutta – chiedendo in prestito schemi narrativi, personaggi, situazioni proprie del teatro classico.

Ecco irrompere sulla scena, allora, Maria Sibilla Ascione: figlia, amica, compagna, amante, sposa di camorristi; e quindi camorrista essa stessa, criminale suo malgrado. Per osmosi. Per destino: quello stesso destino che, immutabile e imperscrutabile, è alla base di ogni tragedia greca che si rispetti. Una Medea contemporanea che, come tale, precipita in una cieca spirale di odio e vendetta: contro il suo Giasone, l’amante traditore. In questo caso Francesco Schiavone. Il boss.

Lo spettacolo di Borrelli è costruito come una vertiginosa allegoria del mito greco, o vale piuttosto il contrario: sono i meccanismi consolidati del classico ad essere allegoria per una vicenda che fin da subito tracima dal piano della pura cronaca e sconfina nel mito; nella confusione tra eroi e antieroi, nella definizione di una morale e di un’etica che sublimano il piano della consuetudine. In un vortice di peccati senza redenzione.


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