La notte nell’arte: dall’antico Egitto al Novecento

24 dicembre 2014


Tutto nasce, migliaia di anni fa, nel cuore gelido e buio delle piramidi. Con la luce che è un punto lontano, pallida stella inquadrata da una apertura nascosta che guida il faraone defunto verso l’eterno. Il chiarore opalescente degli astri diventa icona di vita eterna, idea di rinascita; inaugurando il fortunato rapporto iconografico che vede l’uomo giocare sulla linea di confine tra il buio e la luce, eleggendo la notte a contesto magico, terra di confine ricca di ispirazione.

Si apre la sera della vigilia di Natale, nella Basilica Palladiana di Vicenza, la mostra che vede Marco Goldin raccontarci l’evoluzione del concetto di notturno nell’arte: partendo proprio dai pezzi di archeologia egizia del Museum of Fine Arts di Boston, a suggerire il carico di misticismo che da sempre, per qualsiasi cultura, la notte riveste nell’immaginario collettivo. E arrivando ai grandi maestri del Novecento: ai monocromi di Mark Rothko, alle semideserte tavole calde di Edward Hopper.

In mezzo c’è una tradizione millenaria, esaltata negli ultimi secoli da alcuni tra i maggiori artisti di sempre. Si incontrano così, onorando in modo perfetto la location della mostra, grandi maestri del Rinascimento veneto come Giorgione, e poi chi ha fatto della luce materia plastica capace di tornire con drammatica precisione la figura umana: Caravaggio, ovviamente, con il Marta e Maria Maddalena  del Detroit Institute of Arts.

Ricchissima la pagina dedicata alla pittura dell’Ottocento, con la notte che si carica di tensioni e suggestioni mai immaginate prima. Le vorticose danze stellari di Vincent Van Gogh si specchiano nei caldi tramonti tropicali di Paul Gauguin (nela foto) e in quelli, non meno fascinosi, dipinti da Claude Monet a Venezia; mentre Caspar David Friedrich, nel pieno della stagione romantica, carica e ombre della notte di seducenti energie.