BIG: architettura dai poli all’equatore

29 gennaio 2015


La mostra che il National Building Museum dedica a Bjarke Ingels e il suo studio BIG, inaugurata a Washington in questi giorni, s’intitola significamente Hot To Cold: an odyssey of architectural adaptation. Non è sbagliato, in effetti, sintetizzare l’intera carriera dell’architetto danese come un percorso di adattamento architettonico – un’odissea, visto il cambiamento climatico in atto – alle più svariate condizioni ambientali. L’esposizione promette di mostrare edifici capaci di resistere (singolarmente) al caldo torrido come al freddo glaciale, e mantiene le aspettative per una “banale” ragione: BIG ha progettato architetture tanto in Scandinavia quanto in Qatar.

Non aspettatevi di identificare uno stile specifico, una qualche caratteristica comune alle decine di progetti in mostra: sono diventati iconici landmarks in mezzo mondo, ma nessuno di loro è a tutta prima riconoscibile per essere stato concepito negli studi del Bjarke Ingels Group. Se c’è un principio a cui il progettista ha sempre mantenuto fede, è proprio la concezione del singolo manufatto architettonico a partire dal contesto culturale e ambientale per il quale era destinato. Guai a parlargli di “trend” nella sua disciplina, perché vi risponderà che il suo team “preferisce studiare i lavori dei nostri antenati morti, piuttosto che dei contemporanei”.

Nella recente intervista rilasciata a Fast Company, Bjarke Ingels cita semmai un’altra mostra, tenutasi al MoMa negli anni Cinquanta, come fonte d’ispirazione per il suo caratteristico approccio. S’intitolava appunto Architecture without Architects e con essa il curatore Bernard Rudofsky denunciava – forse per primo – una carenza del Movimento Moderno fino ad allora incontrastato: il suo essere un International Style, sì, a costo di mantenere i propri canoni inalterati, dimentico del linguaggio architettonico locale, cosiddetto “vernacolare”.

L’adattabilità è invece una necessità primaria per l’architettura dei nostri giorni, non soltanto a detta di Ingels. Perché ogni edificio è chiamato sempre più a reagire alle mutazioni climatiche – dai terremoti alla siccità – senza “prosciugare” le già scarse risorse energetiche. A ben pensarci, è davvero così “bella” un’architettura che, concepita per una città come Vancouver, costi un capitale per essere riscaldata e non costringere i suoi ospiti a soffrire il – prevedibilissimo – freddo? Bjarke Ingels non si discosta poi dal principio primo dello stesso Movimento Moderno: l’estetica deriva dalla funzione. Ora più che mai, abbiamo bisogno di macchine architettoniche dal funzionamento perfetto.