Cinque Mostre all’American Academy

29 gennaio 2015


L’American Academy di Roma ha inaugurato oggi le mostre annuali – in corso fino al 1 marzo – in cui vengono esposte opere e progetti curatoriali dei suoi Rome Prize Fellows e dei guest curators. Le Cinque Mostre – questo il titolo dell’iniziativa di quest’anno – mettono in relazione gli artisti residenti dell’American Academy con i colleghi fuori dall’Accademia, italiani e internazionali, a sottolineare la vocazione a fare delle differenze (anche tra le singole discipline artistiche) un punto di forza.

I curatori ospiti per il 2015 sono gli editors di CURA., Ilaria Marotta e Andrea Baccin, che hanno allestito la mostra milk revolution. 18 artisti internazionali – tra cui anche designer, come Martino Gamper – si sono confrontati con il tema del passaggio di stato, della metamorfosi in opposizione all’omologazione e al bisogno sociale di esercitare il controllo su qualsiasi fattore. Sovversione già sostenuta a suo tempo da Allen Ginsberg, che fotografava – si veda l’immagine in apertura – l’amico Harry Smith mentre cercava di trasformare il latte… in latte. Come spiegano i curatori, con quello scatto l’esponente della beat generation “restituiva l’immagine sintetica di un’intera generazione chiamata a confrontarsi con grandi cambiamenti e lotte“, tuttora in corso.
Il percorso intrapreso dalla musicista Paula Matthusen – fellow all’Academy – e dall’artista ambient-electronic Lykanthea è altrettanto refrattario a qualsiasi tentativo di reificare l’arte, renderla un oggetto che, per definizione, diventa facilmente afferrabile. Il progetto Prex Gemina esplora le Catacombe Cristiane, esamina i silenzi che avvolgono questi spazi e le spettrali figure femminili che vi troviamo rappresentate, come martiri. Per una volta, l’arte non afferma ma si pone in ascolto, in attesa di captare un messaggio da un non meglio qualificato aldilà, che pertanto viene ritenuto degno di ulteriori indagini.

Media Narratives è invece un lavoro di Anna Serotta, assistente al dipartimento di conservazione del Metropolitan Museum di New York, per il quale sono stati coinvolti gli artisti Adam Kuby, Krys Lee e la scrittrice Liz Moore. Anche qui si cerca di condensare un ciclo di vita, ma stavolta si tratta dell’esistenza stessa di un atto creativo: durante una performance, un testo inedito – scritto grazie al contributo di diversi borsisti dell’American Academy – viene scolpito in un blocco di marmo di Carrara, per poi essere frantumato. Passando per il processo di frammentazione, viene ripensato anche il testo, grazie all’intervento di brani di prosa composti estemporaneamente alla presenza di due scrittori.
Satellites, di Firat Erdim e Olivia Valentine, riunisce la documentazione di performance su due terreni lontani: rituali collettivi per antonomasia – quali processioni, marce e pellegrinaggi – vengono ricondotti a livello individuale. Così, in Segovia per esempio la topografia della città intera è tracciata attraverso la circumnavigazione di un campanile centrale.

Guarda alla capitale italiana la mostra Fatto Romana, realizzata dai borsisti in architettura Daniel Phillips e Kim Karlsrud, COMMONstudio, a partire dalla bellezza dei monumenti di Roma: ormai diventati iconici, sono stati ripresi e reinterpretati in tutto il mondo, trasferiti in formati che vanno dalle stampe di Piranesi ai film di Fellini, fino agli scatti irrinunciabili di tutti i turisti. Eppure, insistendo storicizzazione dei monumenti ci si preclude la possibilità di un confronto vitale con quelli che restano tuttora parti integranti della nostra vita, continuando a condividere con essi il nostro orizzonte quotidiano. Fatto Romana vuole essere appunto un riesame dei luoghi rappresentativi di Roma, attraverso una celebrazione sensoriale alternativa di elementi spesso trascurati.
Anche l’intervento di Max Page, fellow in Historic Preservation and Conservation, parte da Roma per condurre poi una riflessione universale, attraverso la mostra Dislodging the Silence: Public Art Intervening in Mussolini’s Foro Italico. Il progetto ha portato a confrontarsi artisti contemporanei su uno dei siti di propaganda più interessanti – e inquietanti – dell’epoca fascista, che racconta in immagini tutta l’ideologia e la visione di Mussolini, concentrata sull’ideale di un nuovo Impero Romano. Eppure, nonostante la sua magniloquenza, il Foro Italico resta muto sul suo passato.