Fotografia: preziosità fiamminghe nelle still lifes di Marco Schifano

9 gennaio 2015


Ancora pochi giorni per visitare a Milano la mostra a ingresso libero del giovane artista romano Marco Schifano, ospite dello Studio Giangaleazzo Visconti. Una rassegna di nature morte e scene ambientate con meticolosa cura, all’insegna di un esotismo tanto dettagliato quanto onirico nella ricostruzione complessiva. Immagini ad alta risoluzione, quali sono le fotografie per definizione. Eppure, queste specifiche fotografie vi faranno pensare piuttosto alla pittura di genere della scuola fiamminga, e del tardo Rinascimento continentale.

Marco Schifano utilizza l’apparecchio fotografico come un pittore di età moderna si affidava a pennello e colori a olio per realizzare i desiderata del suo committente: dando realtà sensibile, appunto, a oggetti del desiderio. A questo scopo serviva gran parte della produzione artistica di genere minore, nei secoli passati: a riempire di ogni bendidio i saloni e gli studi privati, poco importa che le succose primizie o le sensuali pellicce fossero reali o rappresentate.

L’aspirazione all’oggettività della fotografia serve così a Schifano a dare corpo – testimoniare la presenza in un luogo e un tempo altro, almeno – della sua personale soggettività. Con un meccanismo più vicino al teatro che alla manipolazione digitale delle immagini, perché le scene riprodotte dal giovane fotografo sono effettivamente accadute, anche se in un apposito set. Lo spettatore si sente quindi chiamato in causa, coinvolto in una drammatizzazione propria delle arti dello spettacolo strettamente intese, che poco ha a che fare con l’inganno della spettacolarizzazione della realtà.

Gli animali raffigurati possono essere comuni, come galli e capre, quanto leoni feroci e rari serpenti. Poco importa che le suppellettili siano in banale legno o argento lucido. La qualità delle superfici, la vita pulsante al di sotto vengono immancabilmente valorizzate dal dialogo che Schifano intraprende con ogni oggetto in scena, vivo o inanimato che sia. Come sottolinea Gianluca Ranzi, nel suo testo critico, il fotografo “coinvolge lo spettatore in un’avventura estetica e conoscitiva che riguarda da una parte il manifestarsi inaspettato di una relazione tra i soggetti (di qualsiasi natura essi siano) e dall’altra la magia della prodigiosa resa fotografica delle textures, dei materiali e dei riflessi”.