A contatto con Olafur Eliasson

22 gennaio 2015

Olafur Eliasson, Map for unthought thoughts, 2014 © Fondation Louis Vuitton-Luc Castel

A stretto giro dalla sua apertura, la Fondazione Louis Vuitton di Parigi ha già reso manifesta l’intenzione di perseguire un programma espositivo ai massimi livelli, anche a livello di appeal sul grande pubblico. Ne è la prova la mostra Olafur Eliasson: Contact, che è possibile visitare fino al prossimo 16 febbraio.

È dal 2002 che la Francia non ospitava una monografica dell’autore danese, complice forse l’investimento non trascurabile – di superficie espositiva, innanzitutto – che solitamente richiede esibire anche solo un’installazione progettata da Eliasson. A maggior ragione, allora, la mostra allestita a Parigi è una “prova di forza” da parte della neo-nata Fondazione: un evento imperdibile, nella sua eccezionalità.

Proprio nella non-ripetibilità dell’esperienza, vissuta da ciascun visitatore, sta forse il maggior pregio delle opere di Eliasson. Come ha dichiarato l’artista stesso, la mostra in corso conduce il visitatore al limite della sua conoscenza individuale, intesa come la concezione della realtà circostante che ciascuno di noi si fa sulla base dei propri sensi. Ma cosa ci succede, nel momento in cui i nostri meccanismi di percezione vengono indotti “in errore”?

A partire da questo interrogativo si sviluppa l’indagine artistica di Eliasson, i cui dispositivi ottici – strategicamente disseminati nelle sale e lungo il percorso espositivo – creano giochi di luce e ombra in costante evoluzione, che danno al visitatore la sensazione di trovarsi nello spazio (astronomicamente inteso) più che in uno spazio architettonico.
Ancora, il contatto (da cui il titolo dell’esposizione) tra individuo e dimensione cosmica si concretizza nei raggi solari che, intercettati a orari stabiliti da un apparato posto da Eliasson sul tetto della Fondazione, vengono rifratti dalla sfaccettata scultura geometrica sospesa al centro dell’edificio.
Le opere in mostra interagiscono a loro volta con Inside the horizon, altra installazione firmata dall’artista danese ma destinata a rimanere nella collezione permanente della Fondazione. Non a caso, l’opera realizzata su commissione è anche site-specific, ovvero progettata per l’esclusivo contesto in cui è stata collocata. Un edificio, quello nel cuore dei giardini del Bois de Boulogne, firmato da un altro visionario: l’archistar Frank Gehry.

[Immagine di apertura: Olafur Eliasson, Map for unthought thoughts, 2014 © Fondation Louis Vuitton-Luc Castel]