È uscito al cinema Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton

5 gennaio 2015


Big Eyes racconta una storia vera, che ha però dell’incredibile. Sarà questo suo carattere di eccezionalità ad aver richiamato l’attenzione di un regista come Tim Burton, il cui successo – anche a livello di incassi al botteghino – è legato a stretto giro all’immaginario più fiabesco. Certo, lo stile narrativo di Burton si discosta in ogni caso dai canoni politically correct dello storytelling per bambini: tra i (pochi) classici tradizionali e contemporanei che ha portato sul grande schermo, persino le sue versioni di Alice nel Paese delle meraviglie o de La fabbrica di cioccolato si sono cariche di toni dark e inquietudini più “adulte”.

La sceneggiatura di Big Eyes, in effetti, può essere anch’essa riassunta come un sogno (quello americano, naturalmente) con risvolti da incubo. Scott Alexander, sceneggiatore del film insieme a Larry Karaszewski, l’ha detto a chiare lettere: se la storia di Margaret e Walter Keane “non fosse vera, non ci si crederebbe”. Da sempre attratti dalle biografie di personaggi apparentementi minori, emarginati e controcorrente, i due sceneggiatori sono tornati a collaborare con un Tim Burton dopo che il trio ha già firmato Ed Wood, nel 1994. Anche stavolta, al centro del film c’è un personaggio creatore. O meglio, una coppia.

Perché Big Eyes racconta una storia professionale, sentimentale, ma soprattutto artistica. La storia di Margaret, pittrice di ritratti sentimentali che raffigurano bambini dai tristi, grandi occhi. La storia di suo marito Walter, che la convince a mentire sulla partenità delle opere e attribuirla a lui, con la promessa che sarebbero diventati ricchi e famosi. Promessa che lui mantiene, insieme al più assoluto segreto circa la vera origine di queste popolari immagini.

Di incredibile, in questa vicenda, c’è anche la rivoluzione operata da Walter Keane nel mercato dell’arte. Prima di Andy Warhol e della sua factory, a rendere l’arte un fenomeno “di massa” è stato forse lui, già negli anni Cinquanta. Se il circuito istituzionale dell’arte rifiuta i dipinti di Margaret giudicandoli kitsch, preferendo l’espressionismo astratto in voga all’epoca, Walter Keane rivoluziona la commercializzazione dell’arte dando vita a canali di distribuzione indipendenti: fonda le sue gallerie, pubblica da sé i libri d’arte, trova il modo di produrre opere in serie e renderle, così, economicamente accessibili. Con buona pace dei puristi, come del merito artistico della stessa consorte.

Fortunatamente, dopo che la sorprendente frode è venuta alla luce, Margaret ha potuto prendersi la meritata rivincita. E collaborare attivamente alla stesura della sceneggiatura del film, per poi prendervi parte in un cameo pensato dal suo amico – e ammiratore – Tim Burton. In una scena girata a San Francisco, al Palace of the Arts, compare infatti la vera Margaret, nei panni di un’anziana signora seduta su una panca: “Tim è venuto da me e mi ha consegnato una piccola Bibbia, e io ho pensato tra me: ‘Com’è gentile! Sa che amo la Bibbia e me ne ha data una da leggere mentre me ne sto seduta qui’. È stata una giornata indimenticabile”.