L’architettura di Frank Gehry sbarca in Australia

9 febbraio 2015

Frank Gehry, UTS Business School, Sydney (foto Coptercam)

All’indomani del debutto ufficiale di Frank Gehry in Australia, critici e semplici spettatori del suo nuovo edificio non risparmiano metafore e paragoni per descrivere – a volte poco generosamente – il Dr Chau Chak Wing Building, la nuova sede della UTS-Business School.
Già definito un “sacchetto di carta accartocciato”, all’architettura commissionata dalla University of Technology di Sidney è stata di recente diagnosticata anche una qualche “malattia della pelle”. Così, almeno, ne scrivono online alcuni salaci osservatori della peculiare facciata dell’architettura, secondo i quali i peculiari mattoni sporgenti farebbero pensare a una sorta di herpes architettonico.

Scherzi a parte, non stupisce che un edificio di Frank Gehry venga accolto – anche, ma non soltanto – da commenti più o meno sferzanti. D’altronde, l’archistar è famoso per la sua de-costruzione delle tipologie architettoniche tradizionali: laddove il pubblico perde i suoi riferimenti, si scatena l’immaginazione. Come sottolineano gli addetti ai lavori, insomma, non si può parlare di Gehry senza chiamare in causa curve e accesi dibattiti.

Non fa eccezione il nuovo edificio scolastico in Australia, intitolato al benefattore sino-australiano Chau Chak Wing che più di ogni altro ha finanziato il progetto. Anche quest’architettura – come il Guggenheim di Bilbao, il Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, o la più recente Fondazione Louis Vuitton a Parigi – fa sfoggio di una facciata dall’andamento discontinuo, movimentata su grande scala dalla curvatura delle superfici in pietra e laterizio, contrapposte alla rigorosa geometria delle estese vetrate e delle finestre in aggetto.
La stessa sperimentazione con i materiali non è una novità, nella carriera dell’architetto canadese: il ricorso al mattone in questo caso è giustificato da un tentativo di recupero del linguaggio architettonico “vernacolare”, chiaramente reinterpretato “alla Gehry”.

Di nuovo c’è invece il metodo con cui l’edificio è stato progettato: partendo dagli interni. Concepita per accogliere 1630 studenti – futuri economisti e uomini d’affari – e lo staff della Business School, Gehry è partito dalla scelta di dare loro spazi flessibili, non solo esteticamente – perché sì, anche i muri interni sono curvi – ma già a livello funzionale.
Salvo poche parti “fisse” – come la scultorea scalinata – pare che l’edificio potrà essere modificato e implementato man mano che nasceranno nuove esigenze da parte dei suoi utilizzatori. Come una casa sull’albero, ha spiegato l’architetto, che cresce e si amplia sfruttando la nascita di nuovi rami. Del pensiero, in questo caso.