Dalla Bretagna a Tahiti. Il viaggio artistico di Paul Gauguin

11 febbraio 2015

Paul Gauguin, Arearea, 1892. Olio su tela, 75 x 94 cm, Musée d’Orsay, Parigi. Photo: © RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay)/Hervé Lewandowski

Con la mostra Paul Gauguin, la Fondazione Beyler – nei pressi di Basilea, in Svizzera – si candida a diventare una delle sedi culturali più visitate del 2015 appena iniziato. Perché un’esposizione così ampia, dedicata a un artista così popolare e allo stesso tempo importante per la storia dell’arte contemporanea, non può che guadagnarsi l’appellativo di “grande mostra”… e il successo di pubblico che solitamente consacra questo genere di iniziative.

La Svizzera, in effetti, non vedeva una simile collezione di opere, firmate dal post-impressionista francese, da almeno sessant’anni. Per di più, una retrospettiva degna di questo nome non veniva presentata da un decennio neppure negli Stati prossimi, Italia compresa. Il che è comprensibile, se si considera che la Fondazione ha impiegato sei anni di lavoro, prima dell’inaugurazione di Paul Gauguin lo scorso 8 febbraio.

Ma quali capolavori accoglie questa mostra, tali da richiedere tanti anni di maniacale preparazione? Innanzitutto, la Fondazione Beyler è riuscita a esporre nello stesso evento due periodi fondamentali della carriera artistica di Gauguin, proponendo i dipinti visionari e religiosi del suo soggiorno bretone, seguiti dalla produzione di Gauguin a partire dall’esilio volontario a Tahiti. Ci saranno i suoi maggiori dipinti, da La visione dopo il sermone del 1888 a Vahine no te tiare, tela dipinta appena tre anni dopo… eppure così distante dalla scena francese, essendo già pienamente imbevuta della luce e dei colori della terra oceanica.
Il percorso artistico del pittore è punteggiato, anche in mostra, da una serie di autoritratti in cui è l’artista in persona a documentare il proprio cambiamento, di cui osserva le tracce sul volto come nella scelta di vestirsi e posare in un certo modo.

Se già in Bretagna il pittore aveva pensato di trovare “il selvaggio e il primitivo”, è in Oceania che troverà quel silenzio primigenio in cui immergersi, per poter “ascoltare la musica sussurrata che fanno i moti del cuore”. Quelle che possiamo ammirare presso la Fondazione sono, effettivamente, opere che parlano d’amore, per il Creato e l’armonia della sua esistenza incontaminata.