Warhol, alchimista degli anni Sessanta, è di scena a Monza

25 gennaio 2019

Andy Warhol, Self-Portrait

Prende il via dalla Lombardia, dagli spazi dell’Orangerie della Reggia di Monza, l’itinerario della mostra Andy Warhol. L’alchimista degli anni Sessanta, destinata a fare tappa nei prossimi mesi in Puglia, nell’ambito di un progetto di mostra diffusa, che raggiungerà il Castello Normanno Svevo di Mesagne, il Palazzo Tanzarella di Ostuni e il Palazzo Ducale di Martina Franca.
Fino al 28 aprile, intanto, l’esposizione curata da Maurizio Vanni sarà visitabile a Monza, dove ricostruirà la carriera di un “gigante dell’arte contemporanea“,  come lo ha definito Dario Allevi, Presidente del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza.

Molti gli ambiti tematici presi in esame dalla rassegna, affiancata da un volume – pubblicato da Silvana Editoriale – nel quale i contributi del curatore sono intervallati dalle testimonianze di Vladimir Luxuria, per gli aspetti legati alla rivoluzione sessuale, e dei Nomadi, sul fronte musicale.
Oltre a una selezione di 140 opere esposte, in questa stessa occasione vengono presentati i gioielli di Armando Tanzini, ideati e prodotti in collaborazione con Andy Warhol, e l’ultimo film girato dall’artista: si tratta di una pellicola relativa al suo viaggio da New York a Cape Code, nel maggio 1982.

Rivoluzione sessuale è il titolo di una delle sezioni della mostra e dà conto di uno dei processi sociali ai quali Warhol ha assistito in prima persona nel corso del decennio preso in esame. La liberazione dei costumi è evocata nella serie Ladies and Gentleman, del 1975, nella quale i personaggi rappresentati, ritratti in eccentriche pose o travestiti, sono “rivestiti” da improbabili campiture cromatiche.
Adoro l’America… le mie immagini rappresentano i prodotti brutalmente impersonali e gli oggetti chiassosamente materialistici che sono le fondamenta dell’America d’oggi. È una materializzazione di tutto ciò che si può comprare e vendere, dei simboli concreti ma effimeri che ci fanno vivere“, affermò Warhol. Questa posizione trova un efficace riflesso nella sezione Il consumismo con gli oggetti del quotidiano e della serialità. I visitatori, in questo caso, avranno l’opportunità di apprezzare alcune delle opere più rappresentative della parabola artistica del padre della Pop Art, ovvero le serigrafie delle lattine di zuppa Campbell, del detersivo Brillo, e delle banconote di dollari americani. In questi lavori emerge l’urgenza di Warhol di sperimentare nuove tecniche: la serigrafia fotografica – un processo di stampa nel quale un’immagine fotografica, trasferita su una superficie di seta, viene velocemente duplicata su tela – permise all’artista di rinnovare il suo approccio all’arte visiva.
Nutrita è la carrellata di personaggi-icona degli anni Sessanta ritratti, anche ricorrendo a questo metodo, da Warhol. Nella sezione Personaggi celebri. A uso e consumo si possono riconoscere i volti di Muhammad Alì, Mao Tse-Tung, Leo Castelli, David Hockney, Man Ray, Liza Minnelli, Truman Capote, Carolina Herrera. La passione per la musica, testimoniata dall’attività come producer a ideatore di cover, permise a Warhol di entrare in contatto con figure di primo piano della scena rock, jazz, pop e persino della lirica del suo tempo.

Come ha sottolineato il curatore, “Warhol era un artista che non si accontentava di ciò che veniva definita realtà, cercava una costante trasmutazione della materia nei suoi passaggi dalla fotografia iniziale alla seta (attraverso il processo serigrafico) verso un’ulteriore immagine su tela o su carta così simile, ma al tempo stesso, così difforme dalla precedente. Nelle serie dell’artista americano, la realtà veniva trasformata, fatta rinascere e virare verso qualcosa in cui tutti potevano riconoscersi: l’oggetto quotidiano che alludeva a qualcosa di altro rispetto alla sua funzione consueta pur rimanendo integro e riconoscibile“.

[Immagine in apertura: Andy Warhol, Self-Portrait]