Al Centro Pecci, storia e design dei più famosi night club al mondo

5 giugno 2019

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È al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato l’unica tappa italiana di Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today, la mostra che ha debuttato lo scorso anno al Vitra Design Museum di Weil en Rein.
Architettura, design e musica si intrecciano in questo progetto espositivo dall’anima trasversale, curato da Jochen Eisenbrand con Meike Wolfschlag, Nina Steinmüller, Catharine Rossi e Katarina Serulus. Negli spazi del museo progettato dall’architetto Maurice Nio, viene ripercorsa la storia dei più iconici tra i locali notturni e le discoteche del XX secolo, luoghi che rappresentato un’importante testimonianza della contro-cultura, nei quali generazioni di progettisti hanno operato, dando prova anche di spiccata originalità e propensione alla sperimentazione. Visitabile fino al 6 ottobre, la mostra si avvale di un allestimento progettato da Konstantin Grcic.

Ricorrendo a un criterio di tipo cronologico, Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today conduce i visitatori in un viaggio alla scoperta della storia del clubbing, che prende avvio dagli indirizzi della subcultura newyorchese.
Tra questi, l’Electric Circus (1967), progettato dall’architetto Charles Forberg e dal famoso studio Chermayeff & Geismar o lo Space Electronic di Firenze (1969), opera del collettivo Gruppo 9999. Si resta in Italia anche con il Piper (1966) di Torino, progettato da Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, o con il Bamba Issa (1969), la discoteca sulla spiaggia di Forte dei Marmi ideata dal Gruppo UFO.

Immancabili gli anni Settanta, contraddistinti dall’ascesa della disco music e dal successo di uno stile più eccentrico, sulla scia del film Saturday Night Fever. Club-icona di quel decennio è lo Studio 54, aperto a New York da Ian Schrager e Steve Rubell nel 1977, nei cui interni era possibile trovare gli arredi firmati dall’architetto Scott Romley e dal designer d’interni Ron Doud.
L’itinerario prosegue analizzando le evoluzioni nella New York degli anni Ottanta, “culla” delle carriere di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, nei club londinesi come Blitz e Taboo, e in quelli berlinesi, dove discoteche come Tresor (1991) dimostrano le potenzialità degli spazi abbandonati e deteriorati. Il contesto si evolve nel corso degli anni 2000, un periodo nel quale si registrano fenomeni contrastanti, ma non si interrompe l’interesse degli architetti verso la tipologia del locale notturno. Per il Ministry of Sound II di Londra lo studio olandese OMA, fondato da Rem Koolhaas, propone un concept destinato a rendere questo luogo la “quintessenza del club del Ventunesimo secolo”.