Dieci anni di “design estremo”, in Israele

11 dicembre 2019


Nell’arco di dieci di attività il Design Museum Holon, progettato dall’architetto di fama internazionale Ron Arad e costruito nell’omonima città in Israele, si è rapidamente affermato come una delle più innovative e vivaci realtà culturali del Medio Oriente. Una reputazione legata anche alle coraggiose mostre organizzate, in grado di attirare l’interesse di curatori ed esperti del settore attivi in tutto il mondo. Per celebrare il traguardo del decennale – il museo è stato ufficialmente inaugurato nel marzo 2010 – prende il via State of Extremes, una rassegna che esamina i cambiamenti avvenuti nel mondo del design dall’apertura di questa istituzione ai giorni nostri, con una specifica attenzione verso le varie forme di estremismo.

Visitabile fino al 9 maggio 2020, curata da Aric Chen con Maya Dvash e Azinta Plantenga, la mostra riflette sulle modalità con cui il design contemporaneo sta offrendo possibili risposte alle crisi sociali, tecnologiche e ambientali che, sempre di più, identificano la nostra epoca. Dinanzi a condizioni estreme, impreviste e spesso dalla complessa decodificazione, come il cambiamento climatico, il percorso espositivo propone le soluzioni sviluppate da studi e designer israeliani e internazionali.

LA MOSTRA

Oltre 70 le opere esposte, in un itinerario attento a recepire tutte le istanze di questa complessa fase storica, contrassegnata dalla polarizzazione delle posizioni politiche, dalla diffusione, attraverso internet, di notizie non verificate, da crescenti divisioni e disuguaglianze, oltre che dall’ascesa del risentimento, della diffidenza e dell’odio. Snodandosi n cinque capitoli tematici – Spiraling; Polarization; Extremer; New Normals; Extreme Lab – , la mostra illustra i meccanismi e i processi che stanno conducendo i progettisti a spingersi verso gli “estremi confini del design”.

E, come intuibile, non mancano i progetti “provocatori”. Nella sezione Extremer i riflettori sono puntati sull’installazione Compression Cradle di Lucy McRae, che proietta i visitatori in un futuro (imminente) in cui la tecnologia proverà a risolvere la “crisi tattile” innescata dall’isolamento e dalla mancanza di contatti umani. All’interno dell’installazione, una sorta di “culla per adulti”, dove il corpo dell’utente viene affettuosamente schiacciato, avvolto, compresso per ottenere benefici effetti sui livelli individuali di ossitocina, l’ormone “dell’attaccamento relazionale”. Cosa significa essere “umani”? Qual è il limite ideale tra naturale e artificiale? Riusciremo ad adattarci a condizioni che oggi ci appaiono estreme, anche dal punto di vista psicologico, ma che potrebbero diventare la nostra prossima “normalità”? Queste alcune delle domande aperte lanciate da State of Extremes.

[Immagine in apertura: State of Extremes, Design Museum Holon. Lucy McRae, Compression Cradle, 2019. Photo credit Scottie Cameron]


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