Jean-Michel Basquiat e la musica hip-hop raccontati da una mostra a Boston

27 febbraio 2020

Jean-Michel Basquiat, Hollywood Africans (1983), Whitney Museum of American Art, © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York

Se Cy Twombly e Jean Dubuffet avessero un bambino e lo affidassero in adozione, questi sarebbe Jean-Michel”. Con queste parole il critico René Ricard, nel 1981, lanciava ufficialmente Basquiat nello show biz dell’arte, dandolo “in pasto” a galleristi e mercanti abbagliati dall’astro lucente del “folletto” di Manhattan. Ma cosa conquistò davvero mecenati come Mary Boone, Bruno Bischofberger, Annina Nosei e Larry Gagosian, tanto da convincerli a puntare su questo artista poco più che ventenne e fino ad allora sconosciuto?

A colpire di Basquiat fu certamente la spontaneità del linguaggio, l’istintività e la libertà espressa all’interno di ognuno dei suoi dipinti. Eppure, più di tutto, ciò che stupì probabilmente la New York di quel tempo fu “l’eredità urbana” percepibile in ognuno degli “scarabocchi” dell’artista, sintomo di una generazione nuova che tentava formule diverse per esprimere disagi e malumori. Erano le strade del graffitismo e dell’hip-hop, di cui Basquiat fu mediatore eccellente, e a cui una nuova mostra a Boston si prepara a dedicare attenzione.

BASQUIAT E I SUOI AMICI

Allestita negli spazi del Museum of Fine Arts della città americana, la rassegna – dal titolo Writing the Future: Basquiat and the Hip-Hop Generation (in programma dal 5 aprile) – punterà i riflettori sulle interazioni tra la produzione del pittore e la (sotto)cultura di quegli anni, attraverso una ricca presentazione di opere dell’artista e di molti tra i suoi vecchi colleghi.

Oltre a trentacinque opere fra le più iconiche di Basquiat, infatti, il percorso espositivo ospiterà una novantina di dipinti, disegni e sculture realizzati da undici suoi contemporanei, amici di scorribande notturne con la bomboletta in mano, compagni di jam-session e rapper della Grande Mela. Tra gli altri, l’immancabile Keith Haring, il leggendario writer Fab 5 Freddy, Kool Koor, Lady Pink e Rammellzee, lo street artist-filosofo, guru della New York anni Ottanta.

Aperta fino al 2 agosto, la mostra proverà a racchiudere lo spirito eclettico di quegli otto anni lucenti, nei quali la tormentata carriera di Basquiat si accese, brillò e si spense, facendone nascere il mito. Tra gli appuntamenti imperdibili da segnare in agenda, la performance, il primo maggio, della storica band Gray, il gruppo sperimentale formato dallo stesso Basquiat nel 1979.

[Immagine in apertura: Jean-Michel Basquiat, Hollywood Africans (1983), Whitney Museum of American Art, © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York]