Da Londra i 5 progetti in lizza per l’Antepavilion 2020

14 marzo 2020

BRIDGE OVER TROUBLED WATER_STUDIO EMILE_Photograph_Antoine Espinasseau

Dopo il teatro sul tetto “andato in scena” la scorsa estate, chi si aggiudicherà quest’anno la commessa per l’Antepavilion 2020? La quarta edizione dell’iniziativa londinese, promossa da The Architecture Foundation e Shiva Ltd e finalizzata alla realizzazione di un padiglione, è appena entrata nel vivo. Sono stati infatti annunciati i cinque team di progettazione in lizza per il 2020: una rosa di studi di architettura di base non solo nel Regno Unito.

Fin dall’esordio, l’esperienza dell’Antepavilion si è distinta da processi analoghi che si svolgono nella capitale inglese, tra cui l’ormai ventennale tradizione del Serpentine Pavilion e quella più recente del Dulwich Pavilion. Pur trattandosi di un intervento ugualmente concepito come removibile e finalizzato alla fruizione di iniziative a carattere culturale o sociale, l’Antepavilion possiede caratteri peculiari. Anziché puntare sull’affidamento diretto dell’incarico, viene promossa una competizione tra progettisti, chiamati a impegnarsi doppiamente: in veste di architetti e, anche, di costruttori. “Sono la stessa persona“, come ha ricordato Ellis Woodman, che presiede l’Architecture Foundation. Oltre al carattere temporaneo, incoraggia la sperimentazione in architettura.

CINQUE PROGETTI AUDACI

Fin qui l’Antepavilion “si è dimostrato uno strumento incredibilmente efficace per scoprire nuovi talenti“, ha evidenziato ancora Woodman. Un trend che sembra essere confermato anche dalla rosa dei finalisti di quest’anno, chiamati a misurarsi con un’area lungo i pontili del Regents Canal a Haggerston. In Bridge Over Troubled Water (nell’immagine in apertura: Photograph Antoine Espinasseau ‒ Courtesy the artist) di Studio Emile ‒ al secolo Barbara Thüler, Charles Bédin ed Elseline Bazin ‒ il padiglione si espande e si ritrae lungo entrambi i lati del canale, fornendo uno spazio per la contemplazione, lo scambio e la distrazione.

Hortus Conclusus di Sticks and Stones ‒ Becky Chipkin e Jack Swanson ‒ riflette architettonicamente il proprio nome: l’obiettivo, infatti, è la nascita di un orto comunitario galleggiante, costruito e gestito con la partecipazione della comunità locale. Con Sharks! di Jaimie Shorten, sei squali usciranno dalle acque del canale e ciascuno di loro sarà espressione di un evento: Brexit inclusa. Infine, l’astratto sur les tois di bvlt è una “proposta simbolica che sfugge alle pretese esecutive“, mentre l’impronta dell’architettura tradizionale giapponese è immediatamente riconoscibile in Tea House di Akasaki Verhoeven.