Addio a Ulay, artista della performance

2 marzo 2020

ulay marina abramovic

Sta rimbalzando sul web la notizia della scomparsa di Ulay, nome d’arte di Frank Uwe Laysiepen, colonna portante del panorama performativo recente. A darne la notizia è stata la stampa slovena, rinsaldando il legame che da oltre un decennio univa l’artista a Lubiana, sua città d’adozione.

Mentre amici e colleghi ricordano Ulay con messaggi di cordoglio attraverso le proprie pagine social, appassionati e addetti ai lavori ripercorrono i capitoli di una carriera scandita dall’insaziabile desiderio di sperimentare, intrecciando pratica artistica e vita quotidiana e mettendo il corpo al centro di un linguaggio che trova nella performance una grammatica densa di possibilità.

LA STORIA DI ULAY

L’incontro con Marina Abramović segnò in maniera indelebile l’esistenza – privata e professionale – di Ulay. I due si conobbero nel 1976 e da quale momento – e per oltre dieci anni – divennero partner nella vita e nell’arte, dando forma a un sodalizio sfociato in performance memorabili come i Relation Works, tra gli anni Settanta e Ottanta, emblema di un’idea di performance non distinguibile dalla vita e dalle relazioni di ogni giorno. Al termine della collaborazione con la Abramović, Ulay proseguì la sua carriera tornando alla fotografia – medium che lo accompagnava fin dagli esordi – senza tralasciare la componente performativa.