Bologna dopo Morandi 1945- 2015

PALAZZO FAVA - dal 22/09/2016 al 08/01/2017

PALAZZO FAVA

Via Alessandro Manzoni 2 Bologna Italia
+39 05119936305
palazzofava@genusbononiae.it

Info box

Generi: arte contemporanea, collettiva

Autori: Eva Marisaldi , Pier Paolo Calzolari, Luigi Ontani, Marcello Jori, Vasco Bendini, Luca Caccioni, Nino Migliori, Concetto Pozzati, Andrea Pazienza, Bruno Benuzzi , Cuoghi Corsello, Alessandro Pessoli, Luciano Minguzzi, Pierpaolo Campanini, Sergio Romiti

Curatori: Renato Barilli

La mostra Bologna dopo Morandi 1945- 2015, organizzata da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e Genus Bononiae. Musei nella città, presenta 150 opere di circa settanta artisti, tutti nati o attivi a Bologna e dintorni, che hanno influenzato con la loro personalità e il proprio stile la storia dell’arte bolognese dal secondo dopoguerra ad oggi.La presente mostra fa seguito all’altra tenutasi nel 2015 in questo medesimo Palazzo Fava, che partendo da Cimabue giungeva fino ai tempi di Morandi, spingendosi anche oltre con pochi esponenti. Ora è come se venisse apposta una lente di ingrandimento su quelle minime tracce, andando ad esaminare in modo analitico quanto è avvenuto nell’ultimo mezzo secolo di arte bolognese, dal 1945 fino a ieri, 2015, il tutto a cura di Renato Barilli. Questo lungo percorso viene articolato in “stazioni”, dodici di numero, che cercano di conciliare la partecipazione bolognese ai grandi fenomeni nazionali e internazionali avvenuti al di fuori delle nostre mura con le modalità specifiche con cui sono stati recepiti presso di noi, tenendo anche conto delle singole personalità dei vari artisti. La diversa importanza dei protagonisti trova un riscontro nel numero di opere con cui vengono esposti, pur sempre in un quadro molto sintetico. Tra queste “stazioni” ne incontriamo una iniziale, dell’immediato dopoguerra, in cui anche a Bologna giungono i fermenti di una situazione ufficiale, allora consistente nel cosiddetto postcubismo, cui si adeguano artisti peraltro già all’opera negli anni precedenti, tra di loro particolarmente notevole lo scultore Luciano Minguzzi. L’episodio culminante di questa fase si trova nei dipinti di Sergio Romiti, in cui allora si vide l’erede delle nature morte morandiane, ma divenute fredde, metalliche, scintillanti di cromature per l’impatto esercitato dai nuovi sistemi di produzione sui tradizionali oggetti domestici. Il poscubismo, eredità degli anni Trenta, venne presto scavalcato dall’impetuosa ondata dell’Informale, corrispondente, sul fronte esterno, a tragici eventi come lo scoppio della bomba atomica. Bologna entra in sintonia con questo clima avanzato e davvero “esplosivo” per merito del critico più influente in quegli anni, Francesco Arcangeli, combattuto tra l’eredità che gli veniva dai padri putativi Roberto Longhi e Giorgio Morandi, e dalla loro lezione a favore di una natura avvertita come fonte di un ben calibrato equilibrio, e invece l’intuizione che quella frontiera era ormai da considerarsi “ultima”, come da titolo di un suo famoso saggio, insufficiente, da superare, fino a confluire nell’incalzante ondata dell’)Informale. Arcangeli sosteneva questa sua predicazione a favore di un Ultimo naturalismo collegandosi a tre protagonisti fuori dalla nostra città, gli unici ammessi alla presente rassegna proprio in ragione dell’importanza che hanno avuto nella sua concezione: Ennio Morlotti, Mattia Moreni, del resto riportabili in qualche modo a una accezione di naturalismo, e invece Alberto Burri, del tutto estraneo a quel clima. A fare da tramite tra loro e la nostra città, entrava la figura di Pompilio Mandelli. Oltre a collegarsi a questi suoi coetanei, Arcangeli puntava anche su quattro bolognesi più giovani di una generazione, Vasco Bendini, Giuseppe Ferrari, Bruno Pulga, Sergio Vacchi, confluenti in pieno nella situazione destinata a dominare per intero i tardi anni Cinquanta. Molti altri sono i comprimari di una simile situazione qui passati in rassegna. Ma al termine di quel decennio si sentì il bisogno di uscir fuori da un ambito troppo concentrato su se stesso, conveniva cioè tentare di stabilire nuove “possibilità di relazione”. A questo programma aderì prontamente il giovane Concetto Pozzati. Prima però di seguire questa svolta decisiva, la mostra rende onore a figure più o meno isolate quali Pirro Cuniberti, Mario Nanni, Lucio Saffaro, Volfango. Il filo conduttore delle “possibilità di relazione” conduce fino all’apparire, anche nella nostra città, di “tracce di Pop Art”, come titola la quinta “stazione”, con cui si lascia il piano nobile del Fava salendo al secondo piano, dove si è accolti da un “murale” in cui proprio Pozzati offre una persuasiva campionatura di tutte le possibilità di aderire agli oggetti del consumismo forniti dalla “civiltà di massa” frattanto maturata. Gli sono a fianco opere affini forniti da Carlo Gajani e dall’allora giovanissimo Piero Manai, che però a un certo punto ha praticato un totale capovolgimento, da immagini limpide a incubi notturni, una strada lungo la quale si è venuto a trovare in accordo con i passi ulteriori quali da tempo stava compiendo, trasferitosi a Roma, uno degli eroi dell’Ultimo naturalismo arcangeliano, Sergio Vacchi, anche lui, in definitiva, alla ricerca di “possibilità di relazione”, rintracciate però nell’immenso patrimonio di personaggi dell’attualità, e quindi non estranei a un carattere Pop, che venivano squadernati dai rotocalchi, dai mass media in generale, ma che Vacchi riprendeva proprio come in un sogno notturno. Anche un altro dei testimoni dell’Ultimo naturalismo arcangeliano, Vasco Bendini, sentì il bisogno di cambiare discorso, rivolgendosi pure lui a suggestioni nordamericane, però non di specie Pop, bensì New Dada, accogliendone l’incitamento a fare grande e in chiave spettacolare, ricorrendo a delle sorte di happening e di performances, realizzati in un austero palazzo manierista, il Bentivoglio, e dunque la tappa dedicata allo Studio Bentivoglio può essere considerata tra le più significative dell’intero percorso, perché oltre ad attestare lo straordinario svolgimento dell’arte di Bendini, poi però rientrato nei suoi panni di pittore, vi ha svolto le prime mosse Pier Paolo Calzolari, destinato a confluire nel movimento dell’Arte povera, cui dunque, per merito suo, al quartier generale solidamente impiantato a Torino, si può annettere un ramo minore svoltosi presso di noi. Un altro emergente dallo Studio Bentivoglio è Luigi Ontani, che però, a differenza di Calzolari, opera un tipico rovesciamento dal “povero” al “ricco”, pratica cioè un’arte che invece di insistere nel testimoniare il “qui e ora”, preferisce coltivare l’”alibi”, cioè l’altrove, andare a rivisitare il museo, oppure luoghi extraoccidentali come l’India, consacrati a tradizioni e abilità artigianali del tutto sconosciute presso di noi. A questo modo Ontani detta il criterio di fondo cui si ispira l’intera seconda metà dei Settanta e oltre, intitolata anche ai postmoderno, alla citazione, alla “ripetizione differente”. Infatti, dietro di lui, si raccoglie il gruppo dei Nuovi-nuovi, reclutato dal curatore della presente mostra, con la collaborazione di due critici di grande talento che lo hanno affiancato in questa e in altre imprese, Francesca Alinovi e Roberto Daolio. I Nuovi-nuovi, che in ambito bolognese sono Bruno Benuzzi, Marcello Jori e Giorgio Zucchini, partecipano al fervido clima di quegli anni in fiera gara emulativa con Anacronisti e Transavanguardisti. La mostra riesce pure ad accordare una ridotta ma significativa presenza a Nino Migliori, tra i più intraprendenti sperimentatori di quanto si può ricavare da usi eterodossi della fotografia. Infine un altro episodio decisivo di questa storia felsinea si ha attorno alla figura di Andrea Pazienza, che fra l’altro consente di ricordare una famosa istituzione della nostra Università quale il DAMS (Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo) in cui egli ha studiato, mentre sul fronte ben diverso di avvenimenti pubblici ha pure partecipato alla contestazione del ’77. Un po’ di quella violenza, seppure filtrata e pacificata, è entrata nei fumetti che Pazienza sapeva tracciare con una enorme varietà di stili, trascinandosi dietro le presenze ugualmente dinamiche e inventive di Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Igort, Lorenzo Mattotti.
Le ultime due “stazioni” del presente percorso si trovano al terzo piano del Fava e sono dedicate a un Nuova Officina Bolognese, ovvero alla bella realtà che dal nostro suolo sono balzati fuori talenti vivaci, capaci di porsi in piena sintonia con le pratiche più avanzate dell’intero orizzonte nazionale e internazionale. Infatti sono artisti e artiste che non si sono lasciati racchiudere nel nostro limitato contesto, ma hanno stabilito solidi agganci con gallerie dei centri più importanti dentro e fuori del nostro Paese. Da notare anche che tra di loro si verifica un fenomeno insolito nel passato, avviene cioè che le donne artiste superano nel numero i loro colleghi, in un rapporto di cinque a tre. Si tratta di Eva Marisaldi, Sabrina Mezzacqui, Sabrina Torelli, Alessandra Tesi, Sissi. Una situazione di parità è data dalla coppia Monica Cuoghi-Claudio Corsello, mentre la squadra al maschile comprende Luca Caccioni, Pierpaolo Campanini e Alessandro Pessoli. Bologna, attraverso la sua Università, e in particolare il Dipartimento arti visive, ora confluito in un più ampio Dipartimento delle arti, è stata pure alma mater per quanto riguarda la videoarte, che in una mostra del 1970 era già presente grazie a un sistema di monitor a circuito chiuso nelle sale dell’esposizione, dove si potevano ammirare scene direttamente registrate negli studi degli artisti partecipanti. In seguito, dal 2006, ogni estate nel Dipartimento delle arti si tiene una rassegna dei migliori prodotti video dell’anno, che ovviamente provengono da ogni parte del nostro Paese. Qui viene offerta, in loop, una selezione di 14 partecipazioni di artisti delle nostre parti, alcuni dei quali già presenti con opere fisse, altri costituenti una ultima ondata, a riprova che la creatività bolognese non si arresta ma riesce a rinnivarsi a ogni volgere di stagione.
Nel complesso la mostra presenta circa 150 opere di una settantina di artisti, provenienti in gran parte dalle collezioni stesse della Fondazione Carisbo e dal Mambo, la Galleria comunale della città, nonché dagli artisti stessi e da altre collezioni pubbliche e private. Questo è l’elenco delle dodici “stazioni” e dei relativi artisti, in ordine alfabetico. 1. Prologo. Virgilio Guidi, Giorgio Morandi; 2. L’immediato dopoguerra, Aldo Borgonzoni, Giovanni Ciangottini, Carlo Corsi, Luciano Minguzzi, Sergio Romiti, Ilario Rossi; 3. L’ultimo naturalismo, Vasco Bendini, Alberto Burri, Giuseppe Ferrari, Pompilio Mandelli, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Bruno Pulga, Sergio Vacchi; 4.Dentro e fuori dall’Informale, Pier Achille Cuniberti, Luciano De Vita, Alfonso Frasnedi, Quinto Ghermandi, Mario Nanni, Leone Pancaldi, Lidia Puglioli, Andrea Raccagni, Rosalba, Germano Sartelli, Romana Spinelli; 5. Presenze autonome, Pinuccia Bernardoni, Maurizio Bottarelli, Riccardo Camoni, Mirta Carroli, Alberto Colliva, Paolo Conti, Franco Filippi, Giovanni Manfredini Vittorio Mascalchi, Mauro Mazzali, Antonio Mazzotti, Alessandro Moreschini, Bruno Raspanti, Lucio Saffaro, Volfango; 6. Tracce di Pop Art, Carlo Gajani, Piero Manai, Concetto Pozzati, Sergio Vacchi; 7. Lo Studio Bentivoglio, Vasco Bendini, Pier Paolo Calzolari, Giuseppe Del Franco; 8. Nino Migliori; 9. I Nuovi-nuovi, Bruno Benuzzi, Marcello Jori, Luigi Ontani, Giorgio Zucchini; 10, I fumettisti e altre espressioni grafiche, Davide Brolli, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Lorenzo Mattotti, Nanni Menetti, Maurizio Osti, Andrea Pazienza; 11. Nuova Officina Bolognese, Luca Caccioni, Pierpaolo Campanini, Monica Cuoghi e Claudio Corsello, Eva Marisaldi, Sabrina Mezzacqui, Alessandro Pessoli, Sissi, Alessandra Tesi, Sabrina Torelli; 12. Videoart yearbook, Karin Andersen, Alessandra Andrini, Sergia Avveduti, Basmati, Anna Valeria Borsari, Silvia Camporesi, Patrizia Giambi, Eva Marisaldi, Sabrina Mezzacqui, Marco Morandi, Stefano Pasquini, Alessandro Rivola, Anna Rossi, Diego Zuelli.