Tina Modotti – Retrospettiva

MUSEO CIVICO D'ARTE ANTICA - PALAZZO MADAMA - dal 30/04/2014 al 05/10/2014

MUSEO CIVICO D'ARTE ANTICA - PALAZZO MADAMA

Piazza Castello Torino Italia
+39 0114433501
palazzomadama@fondazionetorinomusei.it

Info box

Generi: fotografia, personale

Autori: Tina Modotti

Palazzo Madama rende omaggio a Tina Modotti (1896-1942) la cui eccezionale vicenda umana, artistica e politica l’ha resa una delle fotografe più celebri al mondo e una delle personalità più eclettiche del secolo scorso.A 90 anni dalla sua prima mostra, dal 1 maggio al 5 ottobre 2014, Palazzo Madama rende omaggio a Tina Modotti (1896-1942) la cui eccezionale vicenda umana, artistica e politica l’ha resa una delle fotografe più celebri al mondo e una delle personalità più eclettiche del secolo scorso. L’esposizione, che gode del patrocinio del Comune di Torino, è ospitata nella Corte Medievale di Palazzo Madama e nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Torino Musei, l’associazione culturale Cinemazero e la casa editrice Silvana Editoriale.

Sempre, quando le parole “arte” e “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo… Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni (Tina Modotti, Sulla fotografia)

La mostra copre tutto l’arco della vita di Tina, come fotografa, come musa e come attivista. Ricostruisce sia la sua straordinaria parabola artistica – che la vide prima attrice di teatro e di cinema in California e poi fotografa nel Messico post-rivoluzionario degli anni venti – sia la sua non comune vicenda umana. Un percorso teso a mappare l’evoluzione della sua vicenda, dagli affetti familiari ai suoi amori; dai primi scatti, influenzati dal compagno Edward Weston, alle ultime, poche, misconosciute foto scattate a Berlino, quando ormai la fotografa ammetteva l’impossibilità di continuare la sua carriera con strumenti tecnici troppo moderni, che non consentivano il suo particolare approccio, metodico e posato. Un percorso di ricerca estetica e formale, che guida lo spettatore nell’evoluzione degli stili e delle tecniche della Modotti, passando dagli still life e dagli scatti figli dell’Estridentismo del primo periodo, per arrivare – senza strappi, ma progressivamente – ai ritratti delle donne di Tehuantepec, passando attraverso le immagini più politiche e “rivoluzionarie”. Una fotografia sempre calibrata e meditata, con bianchi e neri pastosi ma estremamente vari nelle tonalità, frutto di lunghe riflessioni ed esperimenti. Nuclei definiti e coerenti che tracciano la linea di ricerca della fotografa, declinata in fasi e temi diversi: Stadio (Messico, 1925) e Serbatoio n. 1 (Messico, 1926) testimoniano l’attento lavoro per catturare i volumi, enfatizzati da tagli prospettici arditi e rigorosamente geometrici, a cui fa da contraltare l’ammorbidirsi delle linee delle nature morte come El Manito (Messico, 1924) o la celeberrima Calle (Messico 1924 ca), dove il contrasto tra luce e ombra dona una concretezza quasi carnale agli still life. Nei ritratti della stagione messicana l’indagine si concentra sul soggetto umano, con tagli inusuali, volti a marcare la dimensione emotiva, parallela al suo impegno politico, umano e sociale a fianco dei protagonisti, ben rappresentato da fotografie come Julio Antonio Mella sul letto di morte (Messico, 1929) e Bambina che prende il latte (Messico, 1926) o dal famoso scatto della Marcia di campesinos (Messico, 1928). Fondamentale per completare la panoramica su questa figura è poi la serie di suoi ritratti fatti dal compagno Edward Weston, dove la forza dirompente della presenza fisica della Modotti ne dichiara anche la consapevolezza e l’aderenza totale a una precisa idea del “fare fotografia”, come testimoniano Tina che recita (Messico, 1924) e The White Iris (s.l., 1921), portando a una rara disinvoltura da una parte e dall’altra dell’obiettivo.
Una Modotti che cerca soluzioni alle diverse sfide fotografiche che si pone negli anni e che trovano conferma anche nelle lettere, esposte in mostra, a Weston, maestro e amante con cui condivide un percorso artistico mai esausto.
Un cammino che educa l’occhio dello spettatore contemporaneo, riportandolo alla misura calibrata e meditata che caratterizza tutta l’opera della Modotti, cogliendo la forza caratteristica della fotografia: il suo non voler esser a tutti i costi “arte”, ma il suo dover essere qualitativamente valida per poter raccontare il mondo e gli infiniti aspetti della vita.

Ninety years after her first exhibition, Palazzo Madama is paying tribute to Tina Modotti (1896-1942) from 1 May to 5 October 2014. Modotti’s extraordinary human, artistic and political trajectory made her one of the most famous photographers in the world and one of the most eclectic personalities of the last century. Under the patronage of the Turin City Council, the exhibition is being held in the Medieval Court of Palazzo Madama, and has been organized jointly by Fondazione Torino Musei, the cultural association Cinemazero and the publisher Silvana Editoriale.

Always, when the words ‘art’ and ‘artistic’ are applied to my photographic work, I am disagreeably affected … I consider myself a photographer , nothing more. If my photographs differ from that which is usually done in this field, it is precisely because I try to produce not art but honest photographs, without distortions or manipulations. (Tina Modotti, On Photography)

The show covers the entire arc of Tina’s life as a photographer, muse and activist. It reconstructs her remarkable artistic career – first as a theatre and movie actress in California and then a photographer in post-revolutionary Mexico of the 1920s – as well as her unconventional life. The display traces her story, from family ties to her various lovers; from her first shots, influenced by Edward Weston, her partner at the time, to the last few misconstrued photos she took in Berlin – when she admitted that it was impossible to continue her career with technical tools that were too modern and did not work for her methodical, posed images. The itinerary traces a line of aesthetic and formal research that guides the viewer in following the way in which Modotti’s styles and techniques developed, starting with the still lifes and the shots influenced by Stridentism of her early period and gradually progressing to the portraits of the women of Tehuantepec, passing through more political and “revolutionary” images. Modotti’s photos are always calibrated and pondered; the blacks and whites are mellow but with extremely varied tonalities – the fruit of lengthy reflection and experiment. The following are distinct yet consistent groups that trace the photographer’s line of research, representing different themes and stages: Stadium (Mexico, 1925) and Tank No. 1 (Mexico, 1926) attest to the painstaking way in which she captured volumes, emphasized by bold and rigorously geometric perspectives, which are counterweighted by the soft lines of her still lifes, like El Manito (Mexico, 1924) or the well-known Calla Lily (Mexico c. 1924 ),in which the chiaroscuro gives the images an almost carnal quality. In the portraits taken during her Mexican period Modotti explored the human subject, shot from unusual angles designed to accentuate the emotional aspect, in parallel to her political, human and social commitment alongside the protagonists, who are well represented in photographs such as Julio Antonio Mella on his Deathbed (Mexico, 1929) and Child Nursing (Mexico, 1926), and by the famous overhead shot of the March of Campesinos (Mexico, 1928). The picture of Modotti would not be complete without the series of portraits of her taken by Edward Weston, in which her overpowering physical presence indicates an awareness and total commitment to a specific approach to photography, as evinced by Tina Reciting (Mexico, 1924) and The White Iris (n. p., 1921), which results in a rare naturalness in front of and behind the camera.
This is the Modotti who sought solutions to the different challenges posed by photography through the years, as confirmed by her letters, also on display, to Weston, the teacher and lover with whom she shared an artistic trajectory that was always alive.
The exhibition is a journey that educates the contemporary viewer’s eye, directing it to the measured, meticulous quality typical of Modotti’s entire output, and captures her photography’s underlying strength, which does try to be “art” at any cost, but possesses the right quality to recount the world and the infinite aspects of life.