Un boss a Tokyo. Catturato da Bruce Gilden

8 Novembre 2013


Capelli impomatati, eleganti cappotti, pose esibite che ostentano arrogante sicurezza. Sigarette all’angolo della bocca, smorfie da duri: sguardi sferzanti e taglienti, minacciosi. L’iconografia è quella del classico mafioso, costruita con calcolo preciso. Quasi si trattasse di una farsa, del set di un film di Martin Scorsese. E invece è tutto vero. Il linguaggio del corpo comunica violenza, dramma. Ma anche la perversa ammirazione per modelli altri, lontani anni luce dalla propria cultura.

Perché non siamo in uno sperduto paese della Sicilia e nemmeno tra le vie di Little Italy. Ma a Tokyo, nei meandri di una malavita tra le più sanguinarie al mondo. Ci muoviamo sulle tracce dei boss della Yakuza, antichissima rete di malaffare che si rinnova costantemente, in una paradossale mescolanza tra riti e codici prettamente locali – su tutti la grande rilevanza della pratica del tatuaggio – e il mito effimero dei “cattivi” occidentali, perpetrato in modo virale dal cinema.

Un cortocircuito documentato con straordinaria potenza dagli scatti di Bruce Gilden, protagonista di una nuova puntata di Contact: la serie che racconta il metodo di lavoro dei fotografi dell’agenzia Magnum. Scegliendo, per ognuno, un singolo progetto: un solo soggetto, simbolo dell’incontro unico e irripetibile tra la realtà e il suo racconto; momento indissolubile, congelato in un istante che si protrae per l’eternità.

Gilden si sposta nel sottobosco di una società sommersa, che vive secondo regole che sfuggono alla morale comune. I suoi sono antieroi bizzosi e irascibili, asserviti a logiche che non ammettono sgarri o errori: conducono vite spinte all’eccesso, corteggiano la morte con folle lascivia, inseguendo il miraggio di un potere effimero. I loro ritratti tradiscono il superamento di un punto di non ritorno, caduta inesorabile in un vortice di delirio.

 

La curiosità – Otto, nove e tre. Ovvero ha-kyuu-sa , da qui Yakuza: il nome della più radicata e potente organizzazione criminale giapponese deriva dalla combinazione di tre numeri. Che corrisponde al punteggio più basso nel gioco dell’Oicho-Kabu, dimostrando come l’originale area d’affari della mala locale fosse legata al gioco d’azzardo.