Essere Bukowski. Il volto disperato dell’America

14 novembre 2013


È una pura e semplice questione di prospettiva. Per molti si tratta, ancora oggi, della terra delle possibilità, il Paese dove ogni cosa è possibile e c’è posto – sempre – per chiunque. Per altri, invece, è il luogo del dolore e della disillusione, del conformismo, di un asfissiante reticolo retorico che foraggia il nichilismo. Fomenta l’autodistruzione. Agli antipodi del sogno Americano c’è l’incubo. Sull’altro lato della medaglia c’è effigiato il suo volto: quello di Charles Bukowski.

Schietto, diretto, immediato, senza filtri; volgare e sboccato, esagerato, molesto tanto da sobrio quanto da ubriaco. Spesso alterato, ancorato al fondo di una bottiglia o di un six pack rings  di birra da due soldi: voce roca, strascicata e rotta, di una solitudine individuale che è in fondo cosmica, condizione universale e condivisa. Se dai diamante non nasce niente, come sosteneva Fabrizio De André, è fatale che dalla vita devastata e deturpata di Bukowski siano uscite memorabili pagine di grande letteratura.

Lo scrittore, l’uomo e il mito rivivono in Nato per essere Bukowski, documentario realizzato nel 2003 da John Dullaghan, che cuce le ultime e rare testimonianze rilasciate dallo scrittore prima della morte con ricordi, voci e pensieri raccolti tra amici, colleghi, famigliari e fans tra i più celebri. Attraverso lo sguardo amorevole della figlia Marina e di Linda, compagna della maturità, tenace nei suoi amorevoli tentativi di sanare le piaghe della sua anima.

A tessere le lodi di Bukowski anche Sean Penn, duro dal cuore d’oro, e Tom Waits, così vicino per mood e aura “maledetta” al grande scrittore; ma anche Paul Hewson, per tutti Bono, leader degli U2 e un grande di Hollywood come Harry Dean Stanton, attore feticcio per artisti del calibro di Wim Wenders e David Lynch, stupendo interprete a teatro di letture sceniche ispirate ai capolavori del Maestro.

La curiosità – L’avrebbe fatto anche gratis. O meglio: per la cifra simbolica di un dollaro. Ma non c’è stato niente da fare. Sean Penn ha fatto carte false per poter interpretare Henry Chinaski, personaggio autobiografico attorno cui ruota Barfly  , film del 1987 diretto da Barbet Schroeder e sceneggiato dallo stesso Bukoswki, che traduce così le sue ossessioni per il grande schermo. Ma impone Mickey Rourke come protagonista, ritenendolo più “pronto” per la parte.