A caccia del momento migliore

22 Gennaio 2014


Set complessi, copie perfette della realtà sensibile. Realizzati da una squadra di professionisti mai così determinati: carpentieri, elettricisti, macchinisti con solide esperienze nei più importanti teatri di posa degli Stati Uniti. E poi ancora truccatori e costumisti, attrezzisti e guardarobiere; tecnologie imponenti, plot definiti nel più minimo dettaglio per ottenere un risultato di purezza formale unica e inimitabile. Un film? Un serial? Niente affatto. Uno scatto. Puro e semplice.

Ben Shapiro ci porta nell’incredibile universo creativo di Gregory Crewdson, tra i più importanti nomi della fotografia d’arte internazionale. E lo fa con un documentario letteralmente illuminante. La telecamera ci mostra ciò che si nasconde dietro gli imponenti tableau vivant  che l’artista compone nel tentativo di raccontare la sua visione, intima e particolare, del mondo che ci circonda. In una sintesi spettacolare tra verità e finzione, enigma irrisolto e irrisolvibile.

Crewdson racconta in prima persona i complessi e articolati passaggi che trasformano l’idea, l’intuizione, in un progetto concreto. Mostrando la meticolosa ricerca dei materiali e delle location, la cura certosina con cui vengono approntati anche i dettagli apparentemente più insignificanti. Caricati, nella loro fortissima presenza scenica, di valori simbolici forse non esplicitati. Ma drammaticamente e inesorabilmente percepibili.

Non parlano gli attori-performer di Crewdson, ammutoliti dall’infinitesimale porzione di tempo in cui vengono segregati. Alla loro voce si sostituisce quella eterna di un mistero che lascia senza fiato, racchiuso nella decennale serie di anonimi paesaggi urbani e domestici che l’artista ha cullato, svezzato, cresciuto. Trasformando elementi minimi in cimeli per un’archeologia del presente, musealizzando l’angoscia e lo smarrimento della nostra epoca.

La curiosità – Nasce punk-rocker Gregory Crewdson, che da ragazzo imperversa per Brooklyn suonando nei The Speedies . Non sapendo che la canzone di maggior successo della band, “Let Me Take Your Photo”, sarebbe stata usata vent’anni dopo come colonna sonora per lo spot di una macchina fotografica

[nella foto: sul set di Untitled (Birth) © Gregory Crewdson]