Futuristi, uccidiamo il chiaro di luna!

4 Giugno 2013


Distruggere i musei e abbattere i pilastri della cultura tradizionale; innovare a tutti i costi il linguaggio dell’arte, adeguandolo a un progresso scientifico mai prima d’ora così irrefrenabile e affascinante. Un inno all’anticonformismo e alla velocità, alla gioventù e al ribaltamento delle regole. Un canto in favore della modernità, contro il romanticismo decadente dei languidi poeti che si struggevano al chiaro di luna. Questo è il Futurismo, rivoluzione tutta italiana.

Una delle più dirompenti avanguardie di sempre è oggetto di un nuovo appuntamento con L’arte non è Marte, la serie che invita i più piccoli, attraverso il gioco, a entrare in contatto con movimenti e maestri di ieri e di oggi. Riconoscere le opere, replicarle quasi fossero dei mimi in forma di tableau vivant, infine creare lavori nuovi, ispirati ai grandi del passato: queste le prove da superare per due squadre di giovanissimi indagatori dell’arte.

Sotto la guida dello scenografo Mario Torre i protagonisti di questa puntata si sbizzarriscono nelle sale del MART di Rovereto: il museo trentino, custode dell’archivio di una colonna del Futurismo come Fortunato Depero, è l’istituzione che più di ogni altra permette una visione completa sul movimento, unendo all’esposizione delle opere una minuziosa indagine sui documenti e sulle fonti dell’epoca.

Dagli scritti incendiari di Filippo Tommaso Marinetti, mente del Futurismo, fino alle sperimentazioni di Umberto Boccioni e Giacomo Balla, animati dalla volontà di tradurre nella plastica e nella pittura l’illusione del movimento; passando per le ardite composizioni di Tullio Crali e la fantastica epopea della velocità, con la celebrazione dell’automobile e dell’aeroplano, simboli del primato dell’uomo sulla natura.

La curiosità – Dalla pittura alla danza, passando per scultura e poesia: un movimento capace di interessare le arti nella loro totalità il Futurismo. A cominciare proprio dalla letteratura: dopo la pubblicazione del celebre Manifesto  nel 1909 è tre anni più tardi, con Zang Tumb Tumb  che Marinetti traccia un segno profondo nella cultura del suo tempo. Dando alle stampe un poemetto di “parole in libertà”, che ribalta la sintassi tradizionale e assegna all’editing tipografico una rinnovata valenza estetica.