La preghiera in musica di Rossini

27 Settembre 2013


Una festa dell’italianità. Così un’entusiasta critica austriaca ha salutato lo Stabat Mater di Gioacchino Rossini portato nella cornice del prestigioso Festival di Salisburgo, tra gli eventi più importanti che il mondo della classica conosca. Una rappresentazione semplicemente perfetta, esaltata dalla limpida e cristallina qualità di solisti meravigliosi; sostenuta dalla prova di orchestrali dotati di ineguagliabile capacità interpretativa.

Una lunga preghiera in musica, scritta guardando al modello rappresentato da Pergolesi. Una partitura che sfiora vette di sublime ed estatico splendore: nello struggente e delicatissimo duetto per soprani del Quis est homo  e nella gravità penitenziale dell’aria Pro peccatis , dove la voce del basso prorompe con tutta la sua romantica empatia. Portando la tensione emotiva ai massimi livelli di coinvolgimento.

Regine della scena sono la soprano russa Anna Netrebko, figura leggendaria della classica contemporanea, e la mezzo-soprano Marianna Pizzolato, tra le più interessanti promesse della lirica. Ad accompagnarle il basso Ildebrando D’Arcangelo, apprezzato per la teatralità delle sue doti di interprete drammatico; ma anche il tenore italo-americano Matthew Polenzani, star di casa al Metropolitan di New York.

Le straordinarie voci dei solisti si intrecciano a quelle del coro dell’Accademia di Santa Cecilia, mentre l’orchestra dell’ente romano esalta al meglio i colori dell’eccezionale spartito rossiniano. Sul podio ecco sir Antonio Pappano, inglese di nascita – nominato baronetto da Elisabetta II – ma italiano d’origine e per scelta: un grande della bacchetta, già alla guida della London Simphony Orchestra e della prestigiosa filarmonica di Berlino.    

La curiosità – Questo spartito non s’ha da suonare! Rossini scrive lo Stabat Mater controvoglia, come dono per il prete spagnolo Manuel Varela: dietro la promessa di non eseguirlo in pubblico né pubblicarlo. Il compositore pesarese nemmeno attende all’opera nella sua integrità, “passando” la sua conclusione all’amico musicista Giovanni Tadolini. Le insistenze da parte degli editori spingono il maestro, anni dopo la morte del committente, a riprendere in mano il lavoro, stralciare le parti scritte da Tadolini e completarlo di suo pugno.