Con la testa tra le nuvole. E i piedi su un filo

16 Ottobre 2013


New York, 7 agosto 1974. Visto dal suolo, 417 metri più in basso, appare poco più grande di una mosca: un inganno della vista, uno scherzo, un abbaglio impossibile e irreale. Invece quel puntino scuro che si libra nel cielo di Manhattan è un uomo. Si chiama Philippe Petit. Ha steso un cavo di metallo tra la cima della Torre Nord del World Trade Center e quella della Torre Sud. E ci cammina sopra, lento e inesorabile. Un passo alla volta.

Un’avventura leggendaria quella raccontata da Man on Wire, documentario che è valso a James Marsh il premio Oscar: il recupero di eccezionali filmati d’epoca e il ricordo di Petit e dei suoi collaboratori contribuiscono a ricreare l’elettrizzante atmosfera di attesa per un’impresa che ha fatto Storia. E che è stata assunta, dopo i tragici fatti dell’11 settembre, ad effimero e splendido monumento virtuale in memoria delle Torri Gemelle.

Quarantacinque minuti sospeso nel vuoto, una passeggiata replicata otto volte. Armato solo di un’asta che funge da bilanciere, senza nessuna imbracatura o rete di protezione, Petit volteggia nell’alba di New York. Le poetiche musiche di Michael Nyman sottolineano i momenti più emozionanti di un’impresa che ha affascinato il mondo intero: terrorizzato ma infine ammaliato dalla straordinaria forza di volontà di un ragazzo che, poco più che ventenne, ha il coraggio di sfidare le leggi della natura. E non solo.

I proprietari del World Trade Center negano a Petit il permesso di realizzare la performance, già portata a termine tre anni prima a Parigi con una camminata tra le guglie di Notre-Dame. Il film di Marsh veste allora i panni intriganti della spy-story, documentando la rete di complicità, piccoli inganni e trucchi che ha permesso all’artista di coronare il proprio sogno; tra appostamenti in incognito, sotterfugi, angusti nascondigli.

La curiosità “I miei libri? Sono stati rifiutati da diciotto editori!”  così in una recente intervista Philippe Petit, che all’attività di funambolo e performer ha da sempre legato quella di intellettuale e pensatore. Evidentemente con scarsa fortuna. Fino a che, nel 1971, tra il pubblico che con il naso all’insù osserva la sua passeggiata tra le guglie di Notre-Dame compare per caso Paul Auster. Che ne diventerà sponsor entusiasta.