L’arte che racconta l’Olocausto

11 Settembre 2015


Nel giugno del 1942, una giovane ragazza riceve in regalo un diario, per il suo tredicesimo compleanno. Nell’arco di pochi anni, quelle sue confidenze coraggiosamente scritte giorno dopo giorno, nel corso di un angoscioso auto-esilio per sfuggire ai rastrellamenti condotti dai nazisti, diventeranno le pagine di letteratura sulla Shoah più famose nel mondo. Rendendo Anna Frank un’icona della storia contemporanea, simbolo di tutte le vittime che nella follia dell’Olocausto hanno perso la vita, spesso nei modi più atroci e meno dignitosi nei confronti della loro stessa umanità.

Anna Frank rientra di diritto negli Eroi Moderni raccontati dall’omonima serie, in prima visione su Sky Arte HD; nella puntata a lei dedicata, incontreremo la sorellastra Eva Schloss e visiteremo il Museo Anna Frank, per comprendere con quale ampiezza – attraverso le trasposizioni cinematografiche e artistiche della sua biografia – la giovane diarista sia divenuta un esempio di coraggio per le generazioni a venire.

Persino i fumetti si sono occupati della drammatica eredità storica lasciata dal nazismo, con l’Olocausto. Anzi, il più celebre graphic novel del Novecento è senza dubbio Maus, con cui Art Spiegelman evoca gli spettri della Shoah. Un’opera fondamentale, che vale al suo autore lo special prize assegnato dalla giuria del Premio Pulitzer.
In Art Spiegelman – Una vita a fumetti avremo modo di conoscere l’uomo che, raccontando l’esperienza del padre, ha saputo reinterpretare la storia in una metafora visiva di grandissimo impatto, divenendo così una figura chiave dell’evoluzione dello stesso fumetto come forma d’arte completa.

Hollywood e l’Olocausto è il documentario che svela invece il complesso – e contraddittorio – atteggiamento del cinema hollywoodiano nei confronti della persecuzione messa in atto dal regime nazista in Europa.
Nel 1930, infatti, l’ascesa al potere di Hitler in Germania non fu affatto osteggiata dai magnati di fede ebraica, pur presenti nel celebre distretto cinematografico di Los Angeles. I più influenti membri della comunità preferirono chiudere un occhio, dando così adito a un negazionismo diffuso che si protrarrà negli ambienti cinematografici per molti anni a seguire.
Finché i sopravvissuti stessi non inizieranno a parlare degli orrori che invano hanno cercato di rimuovere dalla loro mente. Allora, la comunità artistica di Hollywood si leverà in risposta a questo accorato appello a raccontare, tenendo viva la memoria delle vittime attraverso l’arte.

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