Maria e la donna d’oro

22 aprile 2013


Più che una casa una vera e propria reggia quella di zio Ferdinand, ricchissimo imprenditore di origini ceche che vive la Vienna dello jugendstil in tutto il suo splendore. Facendo del proprio salotto, frequentato dalla piccola Maria, un frizzante ritrovo di artisti; assegnando commissioni per opere che diventeranno mattoni fondamentali per la storia dell’arte moderna. Come il ritratto della moglie Adele chiesto, nel 1907, al grande Gustav Klimt.

Lo sfondo completamente dorato, la posa sensuale ma insieme distante – quasi ieratica – del soggetto: un capolavoro della Secessione Viennese, opera che riscuote nell’immediato un successo sfolgorante. E che, a seguito della traumatica annessione dell’Austria alla Germania nazista, entra nelle mire del regime. L’arte del furto, serie che indaga sui più clamorosi colpi ai danni di musei e collezioni private, racconta una caccia al ladro durata oltre mezzo secolo.

Le leggi razziali sterminano la famiglia Bloch-Bauer, di chiare origini ebree; Maria, nel frattempo diventata donna tenace e volitiva, ripara negli Stati Uniti. Da dove avvia, fin dai primi anni del dopoguerra, una lunga ed estenuante battaglia per poter riavere quello straordinario dipinto. Ritratto di zia Adele, e dunque oggetto dall’inestimabile valore sentimentale. Ma anche simbolo inconsapevole della barbarie nazista: la sua restituzione assume allora un valore di portata storica.

“La nostra Mona Lisa”: così Ronald Lauder, fondatore della prestigiosa Neue Galerie di New York, il più importante museo di arte mitteleuropea fuori dai confini di Austria e Germania. Che nel 2006 acquista, regolarmente, il ritratto di Adele Bloch-Bauer. Prima di allora va in scena la tenace e instancabile ricerca di Maria: un braccio di ferro lungo e faticoso che si svolge nelle aule dei tribunali americani. E che vede, dopo anni, il trionfo della giustizia.