Mark Manders. L’oggetto come memoria

28 Aprile 2014


L’atto della creazione eletto ad affermazione poetica, formula alchemica che determina il tempo e lo spazio della Storia. Anzi: nel focalizzare quel tempo e quello spazio elegge l’oggetto a pagina di diario, memoria incancellabile e inconfutabile. Siamo dunque ciò che costruiamo? In una misura articolata con meravigliosa eleganza la risposta che arriva da Mark Manders è sì. Il perché ce lo spiega un intenso documentario dedicato all’artista, in occasione della sua più recente mostra italiana.

Le telecamere di Sky Arte HD sono alla Fondazione Maramotti, negli spazi che a Reggio Emilia hanno visto la conversione dello storico centro direzionale di uno tra i più celebri brand del prêt-à-porter italiano in luogo per l’arte. Sede di una collezione privata tra le più importanti del Paese e, al tempo stesso, kunsthalle che si apre ad esperienze espositive che coinvolgono firme dal prestigio assoluto. Come, appunto, quella incarnata dal genio eclettico di Mark Manders.

Non ha nemmeno vent’anni l’artista olandese quando, siamo nel 1986, avvia quello che si rivelerà un progetto in fieri  destinato a impegnare in modo organico la sua intera attività come creativo. L’idea è quella di rappresentare se stesso nella trasfigurazione dell’Io più intimo e profondo in forma di architettura: la costruzione di ambienti impossibili, surreali e inquieti diventa modo inedito per scattare una fotografia dell’invisibile congerie concettuale che si agita nell’anima.

Manders è nei suoi oggetti: nelle sculture assemblate con pezzi di risulta, nella sedimentazione dei materiali nello studio, nella composizione a volte enigmatica a tratti invece chiarissima, quasi lapalissiana. Manders è nei suoi luoghi: negli spazi dove vive e lavora, dove sogna e si indigna, ama e odia. Dove si nasconde e, al tempo stesso, si espone. Dove realizza, insomma, l’artificio magico che annulla il confine tra realtà e mondo delle idee.

La curiosità – Mark Manders ha rappresentato il proprio Paese alla Biennale di Venezia del 2013, su invito di Lorenzo Benedetti. Il primo curatore italiano, dal 1948 ad oggi, ad aver ricevuto l’incarico di lavorare al Padiglione dei Paesi Bassi.