Miles Davis, acrobata del jazz

22 Novembre 2013


Sotto l’occhio attento della sua macchina fotografica sono passati tutti i più grandi. La regale Nina Simone e l’incontenibile Ray Charles; il nodoso Bill Evans, piegato in pose surreali sulla tastiera del pianoforte e l’inafferrabile Herbie Hancock. Guy Le Querrec ha dedicato gran parte della sua vita professionale ai giganti del jazz: provando a carpirne l’anima, l’essenza, la spiritualità. Stabilendo una silenziosa e fortissima complicità con ognuno di loro. In particolare con Miles Davis.

È il 1969 quando lo straordinario trombettista sbarca in Europa: è accompagnato dal suo fedele quintetto e si incammina per una lunga ed eccitante tournée nei club del vecchio continente. Transita da Parigi dove, appostato con la pazienza di un cecchino, trova Le Querrec. La location è quella, leggendaria, della Salle Pleyel; le luci in sala si abbassano, il vociare del pubblico si assottiglia e parte, dirompente, la musica di uno tra i migliori performer di sempre.

Sono scatti unici quelli raccolti dal fotografo francese, che cattura sulla propria pellicola smorfie e impressioni, la fatica e l’estasi di un instancabile atleta della musica. La storia di quella sessione memorabile è al centro di una nuova puntata di Contact, la serie che chiede ai più grandi professionisti dell’agenzia Magnum di raccontare un proprio reportage. Evocando quel contatto sublime, unico e inimitabile, tra fotografo e soggetto. Momento unico, regalato all’eternità.

“Il fotografo è un acrobata”  sostiene Le Querrec, presenza discreta e quasi impalpabile nei backstage di celebri concerti e importanti festival musicali; ma al tempo stesso cronista di momenti che, a cominciare dalla caduta del Muro di Berlino, hanno segnato la Storia del Novecento. La sua innata eleganza esalta attimi di inesplicabile magia, fermando per un istante protratto all’infinito il potere ammaliante della suggestione.

La curiosità – Una vita avventurosa, segnata da successi e cadute, minata dalla dipendenza dalle droghe e segnata dalla lunga e dolorosa battaglia per la disintossicazione. Un’esistenza da romanzo quella di Davis, che nel 1989 dà alle stampe la propria autobiografia, scritta a quattro mani con Quincy Troupe. E vince, per questa fatica letteraria, l’American Book Award.