I nazisti e l’arte rubata

29 Novembre 2019


Sono trascorsi più di 80 anni da quando il regime nazista mise definitivamente al bando la cosiddetta arte degenerata, “cosmopolita e bolscevica”. Nel ’37 organizzò a Monaco un’esposizione pubblica per marchiarla a fuoco. E poco distante una mostra sulla pura arte ariana. Contestualmente cominciò la razzia di opere classiche e antiche su indicazione di Hitler e Goering, capolavori che avrebbero dovuto occupare gli spazi di quello che Hitler immaginava come il Louvre di Linz, progetto architettonico rimasto solo sulla carta. Anche Goering, compulsivo collezionista, compilò una lista di opere che avrebbero dovuto comparire nella sua proprietà non lontano da Berlino, a Carinhall.

Per raggiungere entrambi gli obiettivi – distruzione e accaparramento – cominciarono razzie e sequestri nei musei dei territori occupati e nelle case dei collezionisti soprattutto ebrei, saccheggi che poi continuarono fino alla fine della guerra, con la sottrazione dei patrimoni artistici dei Paesi attraversati dalle truppe tedesche, grazie anche alla connivenza e complicità di mercanti d’arte di regime e non.

I nazisti e l’arte rubata, la serie in onda su Sky Arte da lunedì 2 dicembre, prende le mosse da quattro grandi mostre per fare il punto su cosa ne è oggi di quel tesoro trafugato dai nazisti, su molti dei protagonisti di quegli anni e sulle restituzioni effettuate negli ultimi decenni.

Il primo episodio, intitolato Hitler e Goering: la grande razzia, si apre con il Caso Gurlitt, uno straordinario ritrovamento di capolavori che riaccende l’attenzione su una vicenda – quella dei furti d’arte nazisti – mai dimenticata, ma percepita come ormai archiviata. In realtà, a oggi continuano a mancare all’appello decine di migliaia di opere di cui si sono perse le tracce. Questa storia, nata come pura cronaca, ha rivelato invece quanto ancora ci sia di sommerso da riportare alla luce. Nel 2012 le autorità scoprono nell’appartamento di Monaco di Gurlitt 1500 opere d’arte, parte delle quali si pensava fosse andata distrutta nei bombardamenti di Dresda del 1945. Questo tesoro è frutto di appropriazioni ai danni di ebrei e di oppositori del regime.

Due mostre, una a Berna e l’altra a Bonn, hanno cominciato ad analizzare le opere ritrovate. La vicenda Gurlitt ha uno strano avvio: infatti inizialmente la notizia del ritrovamento delle opere in casa di Cornelius era stata tenuta segreta dallo Stato tedesco. A rivelarla era stata la rivista FOCUS. È così che diversi eredi hanno potuto riconoscere nelle fotografie pubblicate i loro quadri. È avvenuto per la famiglia Friedmann e la famiglia di Paul Rosenberg, lo storico gallerista parigino amico di Picasso: suo era il quadro Femme assise di Henri Matisse, ritrovato in casa Gurlitt. La richiesta di restituzione ha un iter lungo e complesso, ricostruito dall’avvocato Marinello che l’ha gestita, ma si risolve positivamente.

Proprio Monaco di Baviera – la città del Caso Gurlitt – è centrale nell’avvento del nazismo. A osservare il precipitare degli eventi è un bambino ebreo che abita a due passi. È Edgar Feuchtwanger, che ci racconta le sue memorie di vicino di casa di Hitler e mostra ciò che conserva di quel periodo, come i quaderni pieni di svastiche che era costretto a disegnare a scuola. Monaco però è soprattutto il centro di propaganda della politica artistica nazista. Tra il 18 e il 19 luglio del ’37, a pochi metri di distanza, vengono inaugurate due mostre-manifesto. La prima espone l’arte germanica, quella apprezzata dal regime, la seconda l’arte degenerata, quella da disprezzare e condannare. I degenerati sono i maestri della pittura moderna.

Quando si tratta di arte, il numero uno e il numero due del Reich diventano rivali. Documenti storici permettono di capire gli obiettivi che li spingono a collezionare – e a rubare – capolavori: motivazioni diverse, come differenti sono le loro personalità. Hitler, pittore mancato, rivendica nel proprio testamento privato di avere agito solo per il popolo, a cui voleva destinare un progetto monumentale: il Führermuseum di Linz, mai realizzato. Goering invece fa della propria residenza – Carinhall, a 60 chilometri da Berlino – il palcoscenico su cui esibire la propria mania di grandezza. Testimonianza di questo delirio privato è il Catalogo Goering, in cui sono registrate tutte le opere della sua immensa collezione.

Le vicende dei singoli pezzi sono state ricostruite da Jean Marc Dreyfus, studioso dell’Olocausto e professore all’università di Manchester. Goering si finge un collezionista illuminato; scopriremo che al suo servizio ci sono mercanti pronti a fare razzie per soddisfare il suo insaziabile appetito d’arte.


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