Sulle tracce del mistero

19 Febbraio 2016


Gli enigmi dell’arte non finiscono mai. Il famoso giallista Carlo Lucarelli ci guiderà nuovamente alla scoperta dei misteri connessi alle esistenze dei grandi maestri della creatività. Gli episodi di Muse Inquietanti in onda lunedì 22 febbraio su Sky Arte HD ci scorteranno in un viaggio attraverso eventi uniti dal sottile fil rouge dell’arcano.

La serata prenderà il via con Artemisia Gentileschi, l’avvincente focus su una delle figure femminili più celebri della storia dell’arte. Sebbene nel Seicento non fosse facile per una donna vedere riconosciuto il proprio talento creativo, Artemisia Gentileschi fu capace di difendere il suo valore fin dall’adolescenza.  Figlia di un pittore, imparò il mestiere d’artista nella bottega del padre, dimostrando grande maestria già a diciassette anni. Eppure le vicende di Artemisia passarono alla storia soprattutto per il processo per stupro che la vide coinvolta come vittima. La Gentileschi è stata una delle prime donne al mondo a trovare la forza di denunciare il proprio carnefice, trascinandolo in tribunale, incurante della generale ostilità riservatale dai suoi concittadini e perfino da suo padre, che testimoniò contro di lei. La causa fu persa, ma l’esempio di Artemisia si trasformò ben presto in un simbolo di coraggio per le donne delle generazioni successive.

La nottata in compagnia del mistero proseguirà con L’omicidio di Winckelmann, l’affascinante approfondimento dedicato al rivoluzionario storico dell’arte settecentesco. La misteriosa vicenda che avvolge la vita – e soprattutto la morte – di Johann Joachim Winckelmann ha origini tutte italiane. A Trieste, l’8 giugno 1768, un uomo insanguinato si trascina fuori dalla stanza numero 10 della Locanda Grande di Piazza San Pietro, oggi Piazza Unità d’Italia. Chiede aiuto, dicendo di essere stato accoltellato dal suo vicino di camera, un certo Francesco Arcangeli, cuoco pregiudicato, e muore dopo sette ore di agonia. La polizia scopre che si tratta di Johann Joachim Winckelmann, inventore della storia dell’arte moderna, Prefetto delle Antichità e amico del cardinale Albani. Il suo assassino, che prima di accoltellarlo ha provato a strangolarlo, viene catturato pochi giorni dopo e giustiziato: la sentenza parla di un rapina finita male. Da subito però cominciano a circolare voci su un movente passionale: i due sarebbero stati amanti. Qual è la verità? Lucarelli cercherà di far luce su un episodio ancora denso di enigmi.

Un’altra indecifrabile scomparsa sarà il filo conduttore di Borromini e il suo demone, l’indagine su uno dei maestri del Seicento italiano. Era il 2 agosto 1667 quando l’architetto ticinese Francesco Castelli Brumino, noto al secolo come Francesco Borromini, si tolse la vita gettandosi su una spada che aveva conficcato nel tavolaccio dello studio. Un modo certamente curioso e laborioso per togliersi la vita, che rispecchiava lo spirito delle sue opere. Sopravvisse in condizioni disperate ancora un giorno, durante il quale avrebbe raccontato al medico che lo assisteva le ragioni del suicidio. Il settantenne architetto del Laterano era depresso, angustiato dal timore delle malattie, sempre più malinconico e intransigente. Ma qualcosa non torna. È davvero un’impresa gettarsi su una lama, trafiggersi il costato dall’alto verso il basso, da destra a sinistra, e riuscire a sopravvivere per un intero giorno. Ecco quindi farsi strada l’ipotesi dell’omicidio, o forse di un suicidio “guidato”. Ma per conto di chi? Borromini possedeva diecimila scudi – un’enormità per l’epoca – aveva tanti nemici, primo tra tutti l’acerrimo rivale Gian Lorenzo Bernini, e anche un nipote che voleva diseredare. Aveva scritto un testamento ritirato il giorno antecedente il “suicidio”, con l’intenzione di rivederne alcune parti, ma il contenuto di esse resterà per sempre un mistero.

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