Quando anche la danza è fusion

22 ottobre 2014


Da un lato abbiamo il kathak, secolare danza tradizionale dell’Uttar Pradesh: sensuale dinamica del movimento che è narrazione in forma di eleganza, canto mitologico affidato al corpo e alla sua capacità di raccontare storie di impassibili eroi e crudeli divinità. Un sogno di straordinaria raffinatezza, che ci porta con la mente alla corte di Agra, all’ombra del Taj Mahal, nell’area più settentrionale di un’India magica e misteriosa, ricettacolo di tradizioni e culture differenti.

Dall’altro abbiamo il flamenco, ballo che affonda le proprie radici nella cultura moresca e si è rinnovato con il passare del tempo grazie all’irresistibile passionalità della comunità tzigana; un’espressione eminentemente europea e mediterranea, che parla la koinè di un’emozione dalla irresistibile empatia. Due danze, due continenti, due linguaggi tra loro lontanissimi. Eppure così sorprendentemente vicini.

Sky Arte HD accompagna come ogni anno il Romaeuropa Festival, la più importante rassegna italiana dedicata alla danza contemporanea e alle performing arts. Lo fa partendo dal primo spettacolo in cartellone, show programmatico che tradisce lo spirito sperimentale dell’intera kermesse: in Torobaka convivono appunto kathak e flamenco, oriente e occidente, nella costruzione di coreografie che trovano una sintesi inattesa e ammaliante.

A firmare il suggestivo incontro sono due giganti della danza internazionale come l’anglo-indiano Akram Khan e lo spagnolo Ismael Galvàn, che giocano insieme ispirati dalle suggestioni dada di Tristan Tzara. E della sua Toto-vaca (da cui nasce il titolo dello spettacolo), poesia folle che allude alla dicotomia tra universo maschile e femminile sfruttando l’immagine del toro e della vacca: l’uno animale icona della Spagna, l’altro addirittura sacralizzato nella cultura induista.

La curiosità – La parola flamenco? Suona decisamente… fiamminga! Secondo la tradizione il nome del ballo tradizionale spagnolo arriverebbe proprio dai Paesi Bassi, e indicherebbe il canone imposto dai danzatori professionisti che nel Seicento arrivarono da quelle terre nella penisola iberica. Imponendo il proprio stile su quello locale.


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