Ulay, una vita oltre la performance

27 Agosto 2015

ulay marina abramovic

Il legame tra vita e arte è un elemento imprescindibile della creatività, specie quando quest’ultima è declinata in un linguaggio performativo, immediatamente tangibile. La serata di domani su Sky Arte HD è dedicata ad uno dei più acclamati performer degli anni Settanta, protagonista di Ulay – Performing Life, in prima visione assoluta.

Il regista sloveno Damjan Kozole ha scelto Frank Uwe Laysiepen, conosciuto in tutto il mondo con lo pseudonimo di Ulay, per narrare la storia di un’esistenza straordinaria, vissuta al confine tra ispirazione artistica e vita quotidiana, spesso intrecciate al punto da non poter più essere distinte. Di origine tedesca, Ulay ha saputo farsi strada nell’intricata scena artistica del suo tempo maneggiando una Polaroid e poi mettendo il proprio corpo al servizio dell’arte.

Come spesso nella vita, la sua scelta lo condusse ad un incontro che rivoluzionò ogni cosa, quello con Marina Abramović, conosciuta ad Amsterdam nel 1976 e presto divenuta sua compagna e alter ego creativo. Per dodici anni condivisero esistenza e professione, realizzando performance estreme e scandagliando i limiti del proprio essere e della propria relazione, che si concluse nel 1989, lasciando entrambi alle rispettive carriere. Eppure la vita aveva ancora in serbo qualcosa di inaspettato per Ulay.

Poco prima di iniziare le riprese del documentario in onda domani, all’artista viene diagnosticato un tumore e la storia cambia. Il film si trasforma in un lungo viaggio di Ulay tra le pagine della sua intera esistenza, a partire dall’inevitabile – e del tutto umana – riflessione su quanto, di se stessi, può sopravvivere alla morte grazie alla forza della memoria. Per un anno intero, le telecamere seguono Ulay nella lotta contro la malattia, accompagnandolo dalla Slovenia a Berlino, da New York alla Amsterdam della giovinezza, e facendo da testimoni al più grande successo della sua vita: la guarigione.