Una seconda chance. Grazie all’arte

7 Marzo 2014


Caravaggio? Un rissoso e un assassino. Van Gogh? Aggressivo e violento, come dimostra la sua aggressione a colpi di coltello ai danni del malcapitato Gauguin. Non mancano nella storia dell’arte personalità incendiarie, esagerate nelle proprie reazioni cariche di traumatiche conseguenze; ma c’è anche chi – proprio grazie all’arte – ha saputo intraprendere un salvifico percorso di rigenerazione.

È il caso del francese Jean-Marc Calvet, protagonista del film che ha trionfato nel corso della scorsa edizione del Courmayeur Noir Festival come miglior documentario in concorso. Un uomo vinto dalla vita; cresciuto per strada, maestra di vita prodiga di terribili insegnamenti, abituato alla violenza più cieca e insensata. Guardia del corpo e buttafuori nei locali più malfamati della Costa Azzurra, tossicodipendente, figura brutale priva di ogni morale.

Fino a quando, sprofondato nel baratro, non comincia il suo lento ma inesorabile processo di redenzione. Un centro di riabilitazione in Costa Rica, lontano dagli occhi e dalle ferite lasciate nel cuore di chi – nonostante tutto – l’ha amato e difeso; l’incontro con la pittura, la volontà di gettare su tela la sua disperazione, in un fare arte che diventa terapia contro il male di vivere.

La disperata schiettezza delle sue opere conquista critica e pubblico. Arrivano le partecipazioni alle maggiori rassegne del Centro America, le mostre e l’interesse da parte di gallerie e collezionisti; arriva il successo, la stima, il riconoscimento internazionale. Ma manca un ultimo, definitivo passaggio. La riconquista di quel figlio abbandonato da piccolo, perso lungo le strade della perdizione: da ritrovare, oggi, e riprendersi. Grazie all’arte.

La curiosità – Anche l’Italia ha i suoi “pittori criminali”. Il caso forse più noto è quello di Gaspare Mutolo, affiliato alla cosca mafiosa di Totò Riina e poi collaboratore di giustizia: le sue opere, ispirate al Doganiere Rousseau, sono state oggetto di più mostre in gallerie romane.